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Marina Calderone
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Il governo studia il fondo previdenziale per i bebè. Ecco successi e insuccessi delle esperienze estere

di Anna Messia
30 agosto 2026, 12:00

Nati con la pensione. Come è andata in Francia, Germania e Regno Unito fino ai Trump Accounte degli Usa. E la sopresa è il Trentino-Alto Adige

Il dibattito su come realizzare un fondo pensione per i nuovi nati si è acceso nell’istante in cui la ministra del Lavoro, Marina Calderone, ha fatto sapere che l’iniziativa potrebbe diventare realtà con la prossima manovra di Bilancio: chi dovrà gestirlo? Quale potrebbe essere il contributo pubblico adeguato? Meglio prevedere incentivi fiscali? E soprattutto come evitare che l’eventuale incentivo pubblico sia il solo versamento effettuato nel fondo vanificando ogni sforzo di sensibilizzare le nuove generazioni a iniziare da subito a costruirsi una pensione adeguata con il vantaggio di avere tutta la vita davanti? Per rispondere a queste domande è utile guardare ai successi (e anche ai fallimenti) di iniziative analoghe già avviate in altri Paesi nel mondo, dagli Stati Uniti di Donald Trump alla Germania, passando per Inghilterra e Francia. Dall’analisi si scopre che, a sorpresa, anche in Italia c’è già un caso che funziona bene: si tratta di quanto realizzato dalle province autonome in Trentino e Alto Adige. Dopo una fase transitoria, avviata nel 2020, da gennaio dello scorso anno la Regione riconosce stabilmente ai nuovi nati fino a 1.100 euro nei primi cinque anni di vita per iscriversi ad un fondo pensione e a maggio scorso aveva aderito circa il 40% della platea interessata.

I tre modelli di previdenza per i minori nel mondo

Ma andiamo con ordine. Nel mondo, attraverso modelli differenti, si individuano tre impostazioni principali: la previdenza individuale aperta già dalla nascita o dall’infanzia, sostenuta direttamente dallo Stato; il risparmio finanziario intestato al minore, finalizzato alla costruzione di patrimonio ma non necessariamente alla pensione; e la previdenza occupazionale, nella quale l’adesione scatta con l’ingresso nel mercato del lavoro. «La differenza non riguarda soltanto l’età di accesso, ma soprattutto il ruolo dello Stato: contributo monetario diretto, agevolazione fiscale oppure nessun finanziamento specifico», commenta Stefano Castrignanò, presidente dell’Osservatorio Italian Welfare. Il confronto è particolarmente utile per l’Italia, dove il dibattito sull’allargamento della previdenza complementare si intreccia con la ricerca di strumenti capaci di creare un’abitudine previdenziale molto prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.

Il modello di una previdenza dalla nascita o dall’infanzia è stato scelto da Stati Uniti, Germania, Regno Unito e, come detto, dal Trentino-Alto Adige. Negli Stati Uniti i nuovi Trump Accounts prevedono un contributo federale una tantum di 1.000 dollari per i bambini nati tra il 2025 e il 2028, accreditato su un conto pensionistico individuale che può successivamente essere alimentato anche privatamente. In Germania il progetto di Frühstartrente, approvato dal Governo nelle scorse settimane, prevede invece 10 euro pubblici al mese dai 6 ai 18 anni, versati in un deposito pensionistico individuale. Se la famiglia non apre il conto è prevista una soluzione collettiva che mantiene il carattere universale dell’intervento. Nel Regno Unito, dopo il flop del Child Trust Fund, chiuso nel 2011, che prevedeva un voucher iniziale tra 250 e 500 sterline, per aprire un conto previdenziale oggi non esiste un contributo pubblico iniziale, ma il sostegno passa attraverso il fisco: su una pensione intestata al bambino la famiglia può versare 2.880 sterline l’anno e ottenere fino a 720 sterline di tax relief, portando il versamento lordo a 3.600 sterline. Mentre in Trentino-Alto Adige, la Regione riconosce fino a 1.100 euro nei primi cinque anni: 300 euro iniziali e 200 euro per quattro annualità, subordinati dal secondo anno a una contribuzione familiare minima e le alte adesioni sono di incoraggiamento.

L'esperienza francese e la previdenza obbligatoria

In Francia si consente invece di costruire capitale per il bambino fin dalla nascita, ma senza trasformarlo necessariamente in patrimonio previdenziale vincolato fino alla pensione», aggiunge Castrignanò. Nel Paese dal 2024, il PER pensionistico non rappresenta più lo strumento destinato ai minori e il nuovo Plan d’épargne avenir climat (PEAC) permette ai giovani sotto i 21 anni di investire a medio-lungo termine, con il capitale del minore normalmente indisponibile fino ai 18 anni e per almeno cinque anni dall’apertura. Il finanziamento pubblico francese non assume la forma di un versamento dello Stato sul conto: l’incentivo è principalmente fiscale, attraverso l’esenzione prevista per il prodotto, mentre il capitale deriva dai versamenti privati. Il terzo modello, realizzato da Paesi Bassi o Svezia, non cerca infine di portare il bambino dentro la previdenza, ma rende estremamente ampia l’adesione una volta iniziata l’attività lavorativa, con strumenti obbligatori o semi obbligatori e tassi di adesione che superano il 90%, a differenza dell’Italia dove non arriva al 40%.

«L’esperienza internazionale offre un’indicazione piuttosto chiara. Nei Paesi in cui la partecipazione alla previdenza complementare raggiunge livelli molto elevati il risultato è legato soprattutto alla presenza di meccanismi automatici, obbligatori o semi-obbligatori, di ingresso nel sistema», conclude Castrignanò, «mentre aprire una posizione ad un neonato e alimentarla una sola volta con risorse pubbliche rischia di avere un impatto limitato se quella posizione non viene alimentata da flussi contributivi continui nel corso della vita». La sfida è aperta. (riproduzione riservata)



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