Sulle banche questa volta il silenzio non è d’oro, anzi può complicare lo scontro in corso nel sistema del credito, che sta tracimando nelle aule di tribunale. È bene mettere insieme alcuni elementi per spiegare perché, giunti a questo punto, occorre che la maggioranza di governo e la premier Giorgia Meloni manifestino chiaramente la posizione dell’esecutivo sull’affaire Unicredit-Banco Bpm.
Che la situazione sul fronte della scalata alla Popolare di Milano da parte della banca guidata da Andrea Orcel fosse rovente lo ha dimostrato un fatto: l’inusuale silenzio della Commissione europea, di solito loquace quando un paese membro interviene con un provvedimento su materie di diritto comunitario, diritto che prevale sulle normative nazionali.
Esattamente il caso del dpcm sul golden power che ha posto dei paletti al ceo di Piazza Gae Aulenti nella conquista della banca condotta da Giuseppe Castagna, fronte su cui Bruxelles ha chiesto spiegazioni proprio a Roma che ha risposto con una lettera riservata, ancora al vaglio dei tecnici.
«La Commissione non commenta le operazioni in corso», ha detto la commissaria all’Antitrust e alla Transizione, Teresa Ribera, alla domanda di Class Cnbc-Milano Finanza. E commenti del governo ufficiali, dopo la decisione della Consob di sospendere di un mese l’offerta pubblica di scambio su piazza Meda e alla luce del ricorso al Tar e alla Corte Ue di Unicredit proprio contro il golden power, non si registrano.
Ma dietro le apparenze l’esecutivo di Giorgia Meloni è alla finestra e sta decidendo che atteggiamento prendere alla luce della mossa della Commissione di borsa guidata da Paolo Savona, che ha il merito di chiedere chiarezza a chi ha deciso di opporre paletti a un’operazione di mercato, in modo che quest’ultimo possa avere più chiaro lo scenario istituzionale oltre che quello finanziario.
«Per ora il golden power non cambia», riferisce a Milano Finanza una fonte qualificata di governo e la notizia sta tutta in quel «per ora», termine indicante come una pur timida trattativa sia in corso, tra il comitato golden power, il Mef e i legali di Andrea Orcel, rappresentato a Roma dallo studio Roberto Cappelli e da quello di Fabio Cintioli, gli stessi che ora patrocineranno la banca al tribunale amministrativo e alla Corte di Lussemburgo.
Se a Palazzo Chigi le bocche sono cucite come nel più classico dei gialli di Maigret, al ministero dell’Economia l’attenzione in queste ore è tutta per il prossimo lancio del Btp Italia, che è destinato a calamitare l’attenzione di molti risparmiatori. Ma qualcosa trapela comunque sulla posizione di Giancarlo Giorgetti, il titolare di via XX Settembre e l’ideatore del terzo polo bancario con Mps-Banco Bpm e i privati Francesco Milleri e Francesco Gaetano Caltagirone.
Giova ricordare che già dalle prime ore dell’annuncio dell’ops di Unicredit Giorgetti espresse subito l’intenzione di azionare il golden power, eventualità, ricorda il ministro a chi ha avuto modo di parlarci, che peraltro è stata messa nera su bianco anche nel prospetto redatto da Unicredit e inviato alla Consob come anche l’esame da parte dell’Antitrust europeo.
Dunque non si tratta di un fatto nuovo. Di conseguenza, non servono comunicazioni del Mef al mercato, che comunque spettano alla Presidenza del Consiglio, la quale tace.
Ci sono per caso posizioni diverse sul tema? Pare evidente di sì. La Lega di Matteo Salvini ha eretto una linea Maginot attorno a Banco Bpm, nella speranza che non faccia la fine della storica fortificazione francese. Forza Italia si è schierata con Unicredit, come ha dimostrato il voto contrario in Consiglio dei ministri al golden power da parte di Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri. E Tajani, può anticipare questo giornale, porterà di nuovo la discussione sul tema a Palazzo Chigi per un chiarimento definitivo.
Fratelli d’Italia, il partito della premier e dei suoi due più ascoltati collaboratori, Alfredo Mantovano e Giovan Battista Fazzolari, non si è espresso a livello di governo. Ma è evidente e a questo punto della querelle, direi cruciale, che una dichiarazione di Meloni diventa decisiva. A suo tempo la presidentessa del Consiglio benedisse la scalata di Mps a Mediobanca per la costruzione di un campione nazionale del risparmio che ruotasse attorno a Generali.
Questa volta l’affaire finanziario e legale di Unicredit-Banco Bpm necessita di chiarezza da parte di Palazzo Chigi, che deve dire agli azionisti in attesa di scegliere se aderire o meno all’offerta di scambio, quale sia il suo orientamento. Sperando che resti un caso isolato e che non tocchi a un giudice europeo ricordare come ci si comporta sui mercati finanziari. Sarebbe uno smacco per tutti, anche per la ritrovata stabilità dei titoli di Stato italiani. (riproduzione riservata)