
Fino all’inizio della pandemia il fintech è stato la gallina dalle uova d’oro del settore finanziario internazionale. Solo per dare un paio di esempi le valutazioni della svedese Klarna si sono gonfiate del 1.725% tra il 2017 e il 2021, mentre quelle dell’americana Stripe hanno messo a segno uno sbalorditivo +5.177%.
Il rally ha approfittato di una congiuntura particolarmente propizia: affermazione dei pagamenti digitali, lotta al contante, arbitraggi regolamentari e soprattutto denaro facile. La valanga di liquidità che le banche centrali hanno riversato nei bilanci degli operatori finanziari ha creato bolle fisiologicamente destinate a sgonfiarsi. Il fintech è stata una di queste. Anche perché, nel frattempo, pochissime aziende sono state in grado di remunerare i capitali raccolti.
Dopo anni di attività quasi tutte le fintech italiane e internazionali non hanno ancora prodotto un centesimo di profitti. Il problema non riguarda soltanto start up, ma anche aziende ormai affermate con una storia decennale alle spalle. Il mancato breakeven non deriva solo da problematiche finanziarie contingenti ma anche, più in generale, da un modello di business scelto appositamente per spingere volumi e quote di mercato.

«Per le fintech la sfida del 2024 sarà quella per la redditività», spiega Mariagiovanna Di Feo, partner e Emea Payments Leader di Bain & Company. «Il tutto si colloca in uno scenario complesso per il fintech globale: e in Italia, mercato molto piccolo per il settore, ogni tendenza si verifica in modo esasperato».
Il primo tema riguarda i capitali: nel terzo trimestre di quest’anno il flusso di risorse provenienti dal venture capital è sceso su base annua del 36%, e nonostante la parziale ripresa delle valutazioni (+10% sul 2022), il gap da colmare rispetto al pre-crisi rimane molto ampio. E poi ci sono i numeri finanziari. «Il 2024 sarà l’anno del back to basics», osserva Di Feo, «quindi caccia alla redditività e focus sui fondamentali di bilancio. Quando le valutazioni si comprimono assistiamo di solito a una corsa alla qualità: non ci si può più permettere di avere valutazioni basate soltanto su crescita di volumi e clienti».
Questo vale soprattutto per le neo-bank, per le quali finora ricavi e profittabilità erano argomenti secondari. All’inizio, segnala l’esperta, «i bilanci vengono impattati soprattutto dai costi di acquisizione e marketing, mentre lato ricavi nelle prime fasi di crescita tanti prodotti e servizi vengono offerti gratuitamente».
La dinamica appena descritta permette di leggere i bilanci di tante fintech, anche italiane. Si prenda ad esempio Satispay, il primo unicorno della storia per il Paese. Nel 2015 il fondatore Alberto Dalmasso aveva parlato di pareggio di bilancio nel giro di due anni, salvo poi rivedere l’obiettivo al raggiungimento del miliardo di capitalizzazione, nel settembre 2022. In quell’occasione Dalmasso ha detto che il breakeven «non è un paletto, perché i margini di crescita sono altissimi». Nel bilancio consolidato del 2022 Satispay, a fronte di un importante incremento dei ricavi (+43%) a 59 milioni, ha visto la perdita più che raddoppiare, da 29 a 60 milioni, con tutte le voci di costo pressoché raddoppiate, a cominciare da quelli «per servizi», quindi marketing.
Discorso molto simile per Scalapay, il secondo unicorno del Paese, specializzato nel mercato dei pagamenti dilazionati (buy-now-pay-later). Parlando con questo giornale il fondatore, Simone Mancini, ha ipotizzato il breakeven già per il prossimo anno, «ma senza urgenza di raggiungerlo perché siamo ancora una realtà in forte crescita». Effettivamente, i numeri di Scalapay del 2022 mostrano un aumento significativa dei ricavi, quasi raddoppiati a 11,5 milioni circa, ma anche dei costi passati da 18 a 38 milioni (25 solo «per servizi»), e della perdita, lievitata da 11,5 a 24,5 milioni. Va detto tuttavia che sia Satispay sia Scalpay siedono su una montagna di liquidità, rispettivamente 143 e 95 milioni. Uscendo dai confini nazionali si vede come il fenomeno sia ben diffuso anche all’estero: Klarna, colosso svedese del buy-now-pay-later salito agli onori delle cronache per un tracollo della valutazione, da 45 a meno di 7 miliardi di dollari, ha chiuso il 2022 in perdita di 10,4 miliardi di corone svedesi, più di 900 milioni di euro: un peggioramento del 46%.
Nel 2024 però «queste cose cambieranno», prevede la leader di Bain. «La situazione dei tassi d’interesse penalizza chi ha dei debiti -quindi i costi dei finanziamenti- e al contempo le fintech stanno diversificando su business più redditizi come prestiti e carte». E poi «c’è il tema del taglio costi, che vale sia per le nuove fintech sia per quelle più mature». Tra chi ha annunciato tagli importanti ci sono ad esempio Stripe e Worldline. Alcune fintech, come Klarna, hanno iniziato anche a tagliare i costi del personale: tema molto complesso nel mercato italiano, dove è possibile piuttosto «che si vada ad agire sulla leva del marketing digitale, quindi i costi di acquisizione della clientela», argomenta l’esperta.
Al di là di tutto, è verosimile che il Bengodi in cui le fintech potevano permettersi di gonfiare i numeri degli iscritti e degli utenti con servizi gratuiti sia arrivato al capolinea. «Ci sono alcune fintech che fino a poco fa erano più focalizzate sul lato software e che stanno diversificando il modello di business nel mondo dei servizi finanziari». Ad esempio l’americana Toast (gestionali per ristoranti) che prima faceva solo software e adesso è diventate fintech vendendo ai propri esercenti soluzioni di pagamento, che ormai costituiscono anche il 60-70% dei ricavi. D’altro canto ci sono fintech (ad esempio Sum Up) «che fanno l’inverso», elenca Di Feo, «aggiungendo ai servizi finanziari di base l’elemento software». Infine, esiste una terza casistica: «Chi diversifica da fintech a finanziamento al circolante: un modello difficile per le neo-bank, anche perché i clienti che vogliono servizi aggiuntivi tendono poi a dirigersi verso le banche tradizionali». Un esempio di questa tipologia è Shopify.
La competizione tra fintech e banche pone un ulteriore elemento di sfida agli outsider. «Vedo tre scenari paralleli», spiega Di Feo. «Primo, fintech che moriranno perché offrono un servizio troppo simile ad altre: l’esempio classico è una neo-bank che offre un conto con una carta di debito». Secondo, «fintech che tagliando i costi e lavorando sui ricavi rimarranno in piedi in modo abbastanza solido, magari riuscendo anche a ottimizzare le spese integrando sistemi di Intelligenza Artificiale». Terzo, «le possibilità di fusioni e acquisizioni: le banche stanno guardando con sempre maggiore interesse all’universo fintech, e se non decidono di internalizzare tutto il processo (ad esempio Intesa Sanpaolo con Isybank, ndr) possono cercare occasioni sul mercato».
Poste queste premesse, è possibile prevedere quando -e se- investitori e azionisti verranno ripagati? «Il vero nodo da sciogliere riguarda l’uscita dei fondi, siano essi di private equity o venture capital», precisa Di Feo. «E qui entrano in gioco ipo e quotazioni: negli ultimi due anni non ne abbiamo praticamente viste nel fintech, a settembre ci sono stati spiragli di ottimismo con l’ipo di Instacart, anche se si parla di un ibrido tra fintech e tech». Ci vorrà tempo prima che sul mercato azionario torni l’ottimismo, «ma il numero di fintech che sceglieranno la quotazione per l’uscita dei fondi è un tema importante». (riproduzione riservata)