Il dollaro statunitense ha toccato venerdì 11 aprile il livello più basso degli ultimi tre anni nei confronti dell’euro. La debolezza del biglietto verde è legata al contesto di incertezza e, nello specifico, alla politica commerciale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Dopo l’ultimo botta e risposta tra Usa e Cina, con Pechino che ha portato al 125% i dazi sulle merci americane, l’euro si è impennato raggiungendo quota 1,144 dollari (+2%), il livello più alto dal febbraio 2022, prima di ridimensionare parte dei suoi guadagni.
Il deprezzamento del dollaro si nota non solo nei confronti della moneta unica, ma anche di altre valute. Per esempio la sterlina britannica, lo yen giapponese o il franco svizzero. «La domanda su una potenziale crisi di fiducia nel dollaro ha ora ricevuto una risposta definitiva: ne stiamo vivendo una a pieno titolo», sostiene Francesco Pesole, stratega valutario di Ing.
Il trend negativo per il dollaro potrebbero aggravarsi ulteriormente, avvertono gli analisti di Goldman Sachs. «Le tendenze negative nella governance e nelle istituzioni statunitensi stanno erodendo il privilegio straordinario di cui gli asset statunitensi hanno a lungo beneficiato, influenzando i rendimenti e il dollaro», osserva Kamakshya Trivedi, capo della ricerca globale su valute e tassi. Un altro elemento di pressione – ha aggiunto Trivedi – è rappresentato dall’elevato posizionamento accumulato sugli asset statunitensi, spesso non coperti dal rischio valutario.
Inoltre, crescono i timori sulla tenuta dell’economia americana. Un monito in questo senso è arrivato da Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan. «L’economia sta affrontando turbolenze considerevoli, tra cui le dinamiche geopolitiche, i potenziali benefici di riforme fiscali e deregolamentazione, e le criticità legate a dazi, ‘guerre commerciali’, inflazione persistente, alti deficit fiscali e prezzi degli asset ancora elevati», ha detto Dimon. (riproduzione riservata)