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Christine Lagarde, presidente della Bce
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Il dollaro perde smalto e credibilità: l’euro può diventare il nuovo safe asset?

di Claudio Scardovi *
30 giugno 2025, 19:25 Ultimo aggiornamento: 20:23

L’idea della “fine della Storia” è superata da una realtà fatta di deglobalizzazione, crisi del dollaro, ritorno dei conflitti e nuove tensioni geopolitiche. L’Italia è chiamata a ripensare il proprio posizionamento strategico ed economico

La «fine della Storia» di Francis Fukuyama (1992) è caratterizzata dal libero mercato globale, da democrazie liberali e da un lungo dividendo di pace: il punto finale dello sviluppo ideologico della civiltà umana.

Tuttavia, il contesto attuale ci suggerisce piuttosto il rischio di una «storia della fine», con la progressiva deglobalizzazione, l’affermarsi di oligarchie ed autocrazie ed, infine, la crescente intensità e frequenza bellica, con conseguente corsa al riarmo.

La geoeconomia e la geopolitica

Due direttrici paiono guidare cambiamento dell’ordine globale: la prima, la geoeconomia, si riferisce all’uso dell’economia da parte degli Stati per realizzare i loro obiettivi politici; la seconda, la geopolitica, si riferisce all’uso da parte degli Stati della dimensione geografica per realizzare pure obiettivi politici (e, per esteso, economici).

Se è vero che l’economia è politica, anche la politica diventa sempre più economica, con decisioni monetarie e fiscali quali armi nel confronto con altre nazioni). Geoeconomia e geopolitica si intrecciano quindi con eventi esogeni (come l’innovazione tecnologica o il cambiamento climatico) con l’incremento delle tensioni commerciali e finanziarie, seguite da regolamentazioni ostili, guerre regionali o internazionali ed, infine, tensioni e rivolte sociali.

Geoeconomia e geopolitica impattano sulla Storia della civiltà umana con quelli che Ray Dalio, fondatore e ceo di Bridgewater, chiama «ciclo degli imperi» (dal 1600 in avanti, Olandese, Inglese e poi Americano). In particolare, il ciclo della finanza incide profondamente sulle fortune e disgrazie delle nazioni, che crescono fino al loro apogeo con poco debito, ricchezza e consumi limitati e investimenti su infrastrutture ed educazione. 

Raggiunto l’apogeo, la nazione divenuta impero dominante tende poi ad accumulare molto debito, con grandi ricchezze concentrate in poche mani associate ad elevati consumi e tensioni interne ed esterne che sfociano infine in rivolte sociali e guerre transnazionali. Infine, nella fase di declino, inflazione, ristrutturazione del debito e la piena conflagrazione di conflitti interni ed esterni ne determinano il declino, favorendo l’ascesa di una nuova nazione quale nuovo impero dominante.

L’impero dominante realizza, con lo status della propria moneta quale riserva valutaria globale, uno «straordinario privilegio» che gli permesso di finanziarsi a costi bassi e a dominare i mercati dei capitali e i commerci internazionali. Per gli Stati Uniti, impero dominante dal secondo dopo guerra, questo status è messo oggi in discussione dal debito pubblico (il 100% del pil, con deficit correnti al 6-7%) e dalla perdita di credibilità sul fronte geoeconomico e geopolitico. La stessa correlazione positiva tra rischio globale e rafforzamento del dollaro quale «paradiso sicuro» è recentemente venuta meno, con capitali internazionali meno interessati (o spaventati) ad investire asset reali e finanziari americani, titoli di Stato compresi.

Il valore di una moneta

Parte di questa incertezza deriva anche dalle origini stesse del valore di una moneta. Il dollaro, non più convertibile in oro dal grande ripudio di Bretton Woods (Nixon, 1971), deriva oggi il suo valore di «fiat currency» dalla sua imposizione ex lege, supportata dal potere politico e da quello militare, ovvero dalla accettazione da parte degli utenti che lo usano sulla base di convincimenti e di una fiducia «sociali».

Che cosa succede se, alla minore rilevanza delle leggi nazionali (in un mondo sempre più frammentato) e con un crescente probabilità di confronti bellici (che rendono i poteri politici e militari più a rischio), anche l’accettabilità sociale di una moneta perde peso, dato il crescente utilizzo di monete alternative (crypto currency e stable-coin), «non-fiat», in quanto create e gestite su base decentralizzata e non controllabili dal potere politico dell’impero dominante?

Tre previsioni alternative a quelle di Fukuyama possono a mio avviso riguardare: l’emergere di tensioni commerciali, finanziarie, politiche e militari che minano la stabilità internazionale; l’emergere di un nuovo ciclo degli imperi, probabilmente dominato da un nuovo ordine globale multi-polare; infine, il sovvertimento di molti dei paradigmi alla base del sistema finanziario globale, a partire dall’idea stessa di moneta e dall’identità di quella dominante quale riserva valutaria globale.

Le sfide globali

Queste previsioni di cambiamento si innestano per l’Italia in un contesto dominato da altre sfide epocali: tra queste, la riduzione del debito pubblico, il rilancio della produttività, l’investimento in innovazione e in infrastrutture, la gestione del cambiamento climatico e delle tendenze demografiche in essere.

Introducono dunque ulteriori criticità, ma anche opportunità: richiedendo di investire in resilienza per il lungo periodo, possono accelerare la realizzazione di piani di riduzione del debito pubblico (anche con la vendita del patrimonio immobiliare pubblico) e di investimento trasformativi sempre più urgenti e necessari; e possono stimolare cambiamenti nelle politiche economiche che rendono più democratico l’accesso agli investimenti nei mercati pubblici e privati da parte dei cittadini, valorizzando l’ampio bacino di risparmio disponibile e la sua diffusione sociale.

Possono anche, come suggerito dalla presidente della Bce Christine Lagarde, posizionare l’euro e gli asset reali e finanziari europei tra i principali «safe asset» investibili globale, offrendo vantaggi importanti all’Italia. Soprattutto, possono permettere al Paese di riposizionarsi in modo più competitivo, recuperando parte del prestigio politico, economico ed anche sociale e culturale di cui ha goduto per lungo tempo, invertendo quello scenario di decadenza che troppe volte abbiamo dato per inevitabile.

In conclusione, data l’ambiguità possibile circa la «fine della Storia» o la «storia della fine» da affrontare e risolvere insieme in chiave positiva, dobbiamo oggi più che mai interrogarci non solo su come possa evolversi la finanza del futuro e su che tipo di futuro possa avere, con le sue operazioni di m&a e nei mercati dei capitali, borsistici e privati. Chiedendoci soprattutto quale «finanza per il futuro», utilizzata in modo strategico, possa permetterci – dati gli scenari prospettati – di vincere le sfide che ci attendono, per garantirci un più futuro migliore. (riproduzione riservata)

*partner Deloitte, senior executive fellow SDA Bocconi



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