Qual è il vero costo del Superbonus? E in generale degli incentivi all’edilizia che si stanno rivelando la politica economica più significativa in termini di volumi e dubbia in termini di efficacia della storia dell’Italia Repubblicana? La risposta è più complessa di quello che sembra. Grazie a una scarna risposta del sottosegretario all’Economia Federico Freni a un’interrogazione parlamentare, abbiamo dei numeri riassuntivi: «L’ammontare dei crediti relativi ai bonus edilizi oggetto di cessione e sconto in fattura, rilevati a partire dal 15 ottobre 2020 al 4 aprile 2024, eØ pari complessivamente a circa 219 miliardi di euro, di cui 160,3 miliardi per il super-ecobonus e super-sisma bonus e 58,7 miliardi per gli altri bonus previsti».
Di questi 41,8 miliardi sono già stati fruiti in compensazione nella dichiarazione dei redditi dai cessionari. Ma per quanto grande e disturbante, quel numero - 219,5 miliardi - non è sufficiente a spiegare l’entità del problema. La maggior parte delle analisi risale a un anno fa, ma sono comunque utili se applicate ai numeri di oggi. La Banca d’Italia a marzo 2023 ha stimato che soltanto metà degli interventi finanziati con i bonus edilizi è aggiuntiva rispetto a quelli che ci sarebbero stati comunque, anche in assenza degli incentivi. Questo significa che - guardando i numeri del 2024 - per oltre 110 miliardi lo Stato ha finanziato ristrutturazioni già previste, con semplice un trasferimento netto di risorse dalla fiscalità generale ai proprietari degli immobili coinvolti. Certo, le famiglie - benestanti - che hanno ottenuto bonus per finanziare lavori che avrebbero comunque fatto hanno evitato di spendere soldi che hanno potuto così risparmiare o impiegare in altro modo.
Ma secondo la Banca d’Italia il moltiplicatore di questo tipo di trasferimenti dalla fiscalità generale alle famiglie è basso, 0,5. Questo significa che di quei 110 miliardi di trasferimenti inutili ed evitabili ne sono tornati in circolo soltanto 55 miliardi.
Ai 55 miliardi di spreco netto vanno poi aggiunti i 16 miliardi accertati di truffe (in parte recuperabili): significa che quasi un euro di denaro pubblico su tre investiti nel Superbonus è stato sprecato. E già così sembra un pessimo affare per lo Stato, ma il calcolo non è finito. In un'analisi recente, l’economista di Unicredit Marco Valli ha osservato che la ripresa post-pandemia è diversa da tutte le altre, nel senso che l’occupazione è cresciuta più rapidamente della produzione. Ma questa non è una buona notizia, ed è uno degli effetti collaterali del Superbonus. Nei vent’anni prima del 2019, quando la produzione cresceva, lo faceva a un tasso più alto rispetto al numero degli occupati, il che equivale a dire che la produttività saliva perché aumentava la quantità di beni e servizi prodotti per persona. Dal terzo trimestre 2022, invece, un po’ in tutta Europa il numero di occupati ha iniziato a salire più in fretta della produzione, per le assunzioni nel settore pubblico e per gli incentivi all’edilizia, soprattutto in Italia.
Nel nostro paese - e non solo nel nostro - la produttività oggi risulta più bassa che pre-Covid anche per effetto del Superbonus e degli altri incentivi che hanno assegnato all’edilizia il compito di trainare la ripresa: lì si sono concentrati investimenti, domanda di personale, profitti. Ma, come noto, nell’edilizia la produttività non può aumentare molto e i profitti possono essere reinvestiti soltanto per produrre altro cemento, non innovazione o tecnologia. Come osserva l’ex capo economista del Tesoro Lorenzo Codogno, «gli effetti sul Pil degli stimoli alla domanda, che derivino dai fondi per la digitalizzazione o dal Superbonus, tendono a svanire se non producono un aumento della capacità produttiva, invece il debito resta».
Il deficit 2023 al 7,2 per cento è soltanto l’inizio dei problemi, che si manifesteranno man mano che i crediti fiscali verranno compensati, e quindi ci saranno cali di gettito che renderanno complicato - anche da un punto di vista di cassa - rispettare gli impegni per la riduzione del debito pubblico nei prossimi anni.
Il vero costo del Superbonus, insomma, va ben oltre qui 219,5 miliardi di euro citati dal sottosegretario Freni. Gli incentivi edilizi introdotti dal governo Conte e - va ricordato - confermati dal governo Draghi hanno distorto la ripresa dell’economia italiana, spingendola tutta sul mattone. Abbiamo accumulato un debito enorme per favorire lo sviluppo di un settore che ha contribuito a ridurre la produttività complessiva, invece di aumentarla, con benefici in termini di crescita minimi e un alto costo reputazionale, sia per le frodi riscontrate che per l’incapacità di gestire la misura, andata fuori controllo. Nei negoziati con la Commissione europea sulla traiettoria tecnica che indica il percorso di riduzione del debito pubblico e nella gestione dell’ormai certa procedura di infrazione il Superbonus sarà certo un argomento pesante, che ridurrà la capacità dell’Italia di evitare richieste troppo drastiche di rientro su deficit e debito. C’è poi una trappola nascosta nel Superbonus: le continue modifiche normative e le scadenze ravvicinate entro le quali presentare domande per ottenere gli incentivi prima che venissero bloccati, ha senza dubbio favorito l’anticipo di investimenti che altrimenti sarebbero stati spalmati su più anni. Dunque, dopo gli ultimi interventi del governo Meloni, è ragionevole aspettarsi una riduzione degli investimenti nel mattone, che sarà esacerbata dalle componenti cicliche (rallentamento del Pil, tassi di interesse alti). Una volta consumato questo falò di denari pubblici, il settore dell’edilizia tornerà presto a chiedere soccorso pubblico per contrastare un brusco ritorno alla normalità presentato come crisi epocale. (riproduzione riservata)
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