Un mercato dei capitali più liquido ed efficiente, affiancato da un sistema bancario capace di competere ad armi pari con i grandi istituti americani. L’Ue cerca dentro di sé le forze per rilanciare la crescita del Vecchio Continente. Stretti tra la concorrenza sleale cinese e l’imprevedibilità americana, alla Commissione e agli Stati membri non resta che accelerare sulle riforme, pena l’irrilevanza internazionale.
«Dobbiamo passare da un sistema finanziario del XX secolo, troppo incentrato sul credito tradizionale, a uno del XXI secolo, in grado di incentivare gli investimenti produttivi, innovativi e green. Oggi le startup non cercano solo debito, vogliono equity. E le banche da sole non possono aiutarle», spiega John Berrigan, direttore generale della Dg Fisma, venuto a Roma per confrontarsi sul tema con l’Abi e le altre associazioni italiane di categoria. «Con l’Unione dei Risparmi e degli Investimenti (Siu, ndr) vogliamo convogliare più risorse sui mercati dei capitali», precisa il funzionario irlandese. «E nella più rosea delle ipotesi, al netto dei risparmi re-investiti, faremo crescere il valore degli asset fino a 1,2 trilioni di euro in dieci anni».
D. Come?
R. Nell’Ue i risparmi rimangono fermi nei depositi bancari più che negli Usa. Così non si ottengono rendimenti adeguati e si sottraggono risorse all’economia. Ecco perché dobbiamo attirare i cittadini sul mercato dei capitali e, per riuscirci, abbiamo raccomandato agli Stati di introdurre dei conti di risparmio e investimento sull’esempio dei Paesi con una cultura finanziaria più sviluppata, come la Svezia.
D. Che cosa suggerite?
R. I prodotti migliori sono semplici e senza troppe restrizioni geografiche o di durata. L’idea è procedere con conti deposito simili a quelli bancari, in cui versare quanto e quando si vuole e disinvestire a piacimento. Il rischio sarà un po’ più alto ma si otterranno rendimenti più elevati. Però serviranno degli incentivi fiscali.
D. Gli Stati dove troveranno le risorse?
R. La riforma si autofinanzierebbe. Abbassando le aliquote si incentivano i risparmiatori a investire e a lungo termine si allarga l’imponibile. Con conseguente aumento del gettito fiscale e maggiori incassi per i governi.
D. Che legame c’è con il mercato unico?
R. Il nostro contributo al progetto passa dal pacchetto sull’integrazione dei mercati. La parte più importante è la rimozione delle barriere tra Stati: più se ne eliminano e più si stimolano le attività transfrontaliere. Per riuscirci però serviranno regole comuni, il che significa passare dalle direttive ai regolamenti, più vincolanti e direttamente applicabili. Così eviteremo interpretazioni diverse delle norme europee, riducendo la frammentazione. Allora la vigilanza unica sarà una conseguenza logica.
D. Che cosa intende?
R. Se le regole sono identiche è difficile giustificare 27 supervisori che si muovono in modi differenti. Per questo motivo vogliamo rafforzare i poteri dell’Esma (l’autorità europea che vigila sui mercati, ndr) sulle infrastrutture sistemiche e sulle società con attività transfrontaliere, ma con un approccio diverso tra i settori. Penso alle criptovalute, che riteniamo l’Esma dovrebbe sorvegliare perché la loro supervisione è ai primissimi inizi. Nell’asset management invece la vigilanza andrebbe esercitata in modo convergente con le 27 autorità nazionali.
D. Gli Stati accetteranno?
R. Stiamo discutendo per capire quali poteri avrà l’Esma da sola e quando, piuttosto, dovrà interfacciarsi con gli enti dei Paesi membri. Ma resta un punto fondamentale, che spiegherò con una metafora: non sempre serve un solista, si può anche avere un coro, ma in entrambi i casi tutti devono cantare la stessa canzone.
D. Occorrerà anche una superborsa Ue?
R. La Commissione non guida questi processi, si limita a rimuovere le barriere. Eliminati gli ostacoli, è il mercato a decidere. In ogni caso il consolidamento è più probabile con una maggiore integrazione.
D. E le banche invece?
R. Abbiamo lanciato una consultazione per raccogliere spunti e rafforzare la competitività del settore. L’obiettivo è semplificare, non deregolamentare, per rimuovere complessità e duplicazioni inutili, senza compromettere il fine ultimo delle nostre leggi. Poi dovremo uniformare le norme del sistema perché abbiamo quadri di risoluzione, micro e macroprudenziali e buffer di capitale che non interagiscono in modo coerente. L’ultima parte riguarderà l’unione bancaria: dobbiamo rilanciare il dibattito sul tema che al momento è in stallo.
D. Si riferisce all’assicurazione unica dei depositi?
R. È il tassello mancante e la Commissione è decisa ad avanzare anche su questo fronte. Dobbiamo solo capire come procedere perché il dossier è delicato dal punto di vista politico, con sensibilità diverse. Sappiamo quali sono le linee rosse, quindi puntiamo a una proposta che metta tutti d’accordo.
D. Alcuni governi hanno ostacolato le fusioni bancarie.
R. I Trattati limitano al massimo gli Stati che non possono intervenire sugli aspetti prudenziali, su cui decide la Bce, né su quelli concorrenziali, in capo alla Commissione. Per i governi la finestra è davvero stretta e possono attivarsi solo in caso di pericoli per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, interpretati in modo molto restrittivo dalla Corte di Giustizia. Anche la sicurezza economica può giustificare un intervento ma non va intesa in senso lato, se no diventa uno strumento dirigistico. La prima versione della legge sul golden power non rispettava in pieno questi requisiti, quindi abbiamo aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia. Il governo l’ha modificata e ora stiamo esaminando le nuove regole. (riproduzione riservata)