Lui è uno dei cardinali di Papa Francesco: non solo nominato, ma fortemente voluto. Ed è stato proprio lui, Mauro Gambetti, 59 anni, per sette anni custode del Sacro Convento di Assisi a rilanciare nel quarto giorno dei Novendiali il messaggio della Chiesa universale proprio di Bergoglio.
La «cristiana umanità» rende «la Chiesa casa di tutti. Quanto sono attuali le parole di Francesco pronunciate nel colloquio con i Gesuiti a Lisbona nel 2023: Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!», ha detto nell’omelia della messa in suffragio di Papa Francesco, il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della basilica di San Pietro in Vaticano.
Papa Francesco «amava, si commuoveva, piangeva, spargeva calore», ha detto il porporato dall’altare maggiore di San Pietro, alla presenza del collegio cardinalizio, citando Edith Bruck, nella sua poesia-ricordo dedicata a Bergoglio.
«Abbiamo perso un Uomo che vive in me. Un uomo che amava - scriveva Bruck - si commuoveva, piangeva, invocava la pace, rideva, baciava, abbracciava, si emozionava ed emozionava, spargeva calore. L’amore della gente di qualsiasi colore e ovunque lo ringiovaniva. L’ironia e lo spirito lo rendevano saggio. La sua umanità era contagiosa, inteneriva anche le pietre. Dalle malattie a guarirlo era la sua fede sana radicata nel cielo».
Nato a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna, il cardinale Gambetti si è laureato in ingegneria a Bologna, dopo gli studi al liceo scientifico di Imola, dove è stato in classe con Stefano Domenicali, l’amministratore delegato della Formula 1. Ha fatto il noviziato a Osimo ed è entrato nell’ordine dei francescani, fino a diventare il custode del Sacro Convento di Assisi. Il 25 ottobre 2020 il Papa ha annunciato, durante l’Angelus, la sua nomina a cardinale del concistoro (a oltre 160 anni dall’ultimo francescano nominato), dal 21 febbraio 2021 è diventato vicario generale per la Città del Vaticano, presidente della Fabbrica di San Pietro e arciprete della basilica di San Pietro in Vaticano.
Dal dicembre 2021 è tra i membri del dicastero per la Comunicazione. Papa Francesco gli ha affidato la diaconia che ha sede nella chiesa del Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano in Roma.
Tra le parole e frasi più utilizzate nei suoi discorsi ci sono ovviamente «fraternità», «sorriso» e «vicinanza ai poveri». Ma oggi, 29 aprile, giornata del passo indietro del cardinale Angelo Becciu, commentando il Vangelo di Matteo (24:14-46), ha voluto anche lanciare un monito.
«Le pecore, che non si ribellano, sono fedeli, miti, hanno cura degli agnellini e delle più deboli del gregge, entrano nel regno preparato per loro fin dalla creazione del mondo; i capri, che vogliono l’indipendenza, sfidano con le corna il pastore e gli altri animali, saltano sopra le altre capre in segno di dominio, davanti a un pericolo pensano a sé e non al resto del gregge, sono destinati al fuoco eterno», ha ammonito il cardinale.
«È naturale chiedersi: a livello personale e istituzionale quale dei due stili incarniamo?», ha interpellato le coscienze Gambetti, osservando: «Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, indistintamente, vi è un momento di discrimine: a un certo punto alcuni iniziano a partecipare della stessa gioia di Dio, altri cominciano a patire la tremenda sofferenza della vera solitudine, perché, estromessi dal Regno, restano disperatamente soli nell’anima». «Nella traduzione italiana si parla di pecore e di capre per distinguere i due gruppi. Il greco però, accanto al femminile próbata - gregge, pecore -, utilizza èrífia, che indica principalmente i capri, i maschi della specie», ha annotato. (riproduzione riservata)