Si raffredda la prospettiva di un taglio dei tassi da parte della Fed a giugno e i rendimenti dei titoli di Stato tornano a salire. Quello del Bund a 10 anni è cresciuto ieri nell’intraday fino al 2,426%, livello dello scorso 19 marzo, e quello del Btp 10 anni fino al 3,85%, soglia già toccata il 1° marzo. Un movimento che ha ricalcato quello del Treasury Usa 10 anni, che ha raggiunto il 4,4%, top dal 27 novembre 2023, con gli investitori che temono che la Fed possa effettuare meno tagli dei tassi di interesse del previsto dopo i forti dati macro.
Se l’inflazione Pce di febbraio ha confermato che la pressione dei prezzi sta diminuendo in Usa, il dato Ism ha mostrato che a marzo il settore manifatturiero statunitense è cresciuto per la prima volta da un anno e mezzo, grazie anche all'aumento dei nuovi ordini; quelli alle fabbriche sono rimbalzati a febbraio dopo il crollo del mese precedente, dell'1,4% a 576,8 miliardi di dollari, oltre le attese. Come se non bastasse le offerte di posti di lavoro negli Stati Uniti hanno battuto le aspettative a febbraio, anche se sono scese a 8,8 milioni. Così ora, secondo FedWatch di CmeGroup, gli operatori valutano al 56,5%, rispetto al 63,8% di una settimana fa, la possibilità che la Fed a giugno tagli i tassi di almeno 25 punti base. In tutto prevedono 65 pb di riduzione nel 2024 rispetto ai 75 pb segnalati dopo la riunione della Fed del 19-20 marzo.
«Un taglio dei tassi a giugno non è ancora escluso, ma il mercato è ora meno convinto», hanno sottolineato gli strategist di Ing, «e ancora una volta i dati macro saranno il fattore decisivo». Lo ha ribadito anche la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, la quale si aspetta un ribasso del costo del denaro, ma ha escluso che il primo sarà a maggio: «Penso che lo scenario più probabile sia che l'inflazione continui la sua traiettoria discendente verso il 2% nel tempo. Ma ho bisogno di vedere altri dati per aumentare la mia fiducia», ha detto Mester. Le ha fatto eco la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, sostenendo che tre tagli sono «una base molto ragionevole, ma si tratta di una proiezione e non di una promessa».
I banchieri centrali della Bce, invece, discutono apertamente di tagli e il primo è atteso a giugno, avallato anche dall'inflazione tedesca, scesa a marzo al 2,2%. Ma «c'è molto nervosismo e ci sono state prese di profitto sui corsi azionari. In uno scenario di maggior cautela è naturale che la percezione al rischio dell'Italia rispetto alla Germania sia maggiore», ha commentato Maurizio Mazziero di Mazziero Research.
Motivo per cui lo spread Btp/Bund ha toccato ieri nell’intraday un massimo a 142,64 punti base per poi chiudere a 139. In teoria, ha aggiunto Antonio Tognoli di Cfo sim, «il taglio dei tassi Bce dovrebbe indebolire l'euro con benefici sull'export, ma con una maggior inflazione importata, almeno fino a che non taglia anche la Fed. L'Italia è da sempre l'anello debole dell'Europa e quindi ne subirebbe le maggiori conseguenze. L'altra motivazione è che non è detto che la Bce riduca i tassi prima della Fed. Se fosse così, la recessione in Europa sarebbe inevitabile e ancora una volta l'Italia ne sarebbe maggiormente penalizzata, vista la debolezza strutturale dell’economia. Teniamo presente che senza gli investimenti del Pnrr, il pil dell'Italia e probabilmente dell'intera Europa sarebbe già negativo».
Leggi anche:
(riproduzione riservata)