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CHRISTINE LAGARDE PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA
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I tagli dei tassi Bce sono finiti? Ecco le attese degli analisti e i rischi per la banca centrale

06 giugno 2025, 20:15 Ultimo aggiornamento: 07 giugno 2025, 11:49

Francoforte ha ridotto l’inflazione ed è vicina al termine del ciclo di sforbiciate. Molti analisti si aspettano però un’altra riduzione dei tassi dopo una pausa a luglio. I rischi su pil e prezzi sono legati ai dazi

«La Bce sta arrivando alla fine del ciclo di politica monetaria». Queste parole sono state utilizzate dalla presidente Christine Lagarde nella conferenza stampa del 5 giugno, dopo il taglio dei tassi dal 2,25% al 2%. Il ciclo di cui ha parlato Lagarde è iniziato nel 2022, quando la Bce ha dovuto rispondere al rialzo dell’inflazione legato ai colli di bottiglia della pandemia, alla guerra in Ucraina e al forte aumento dei prezzi dell’energia.

Così i tassi sono stati portati dal livello negativo di luglio 2022 (-0,5%) al picco del 4% a settembre 2023. Il livello è stato mantenuto fino a giugno 2024, quando è iniziata la discesa fino all’attuale 2%. L’azione della Bce ha avuto un ruolo importante (assieme al calo dei prezzi di petrolio e gas) per far scendere l’inflazione dal massimo del 10,6%, raggiunto a ottobre 2022, fino all’1,9% di maggio 2025, sostanzialmente in linea con l’obiettivo Bce del 2% nel medio termine. «Abbiamo vinto la battaglia contro l’inflazione», ha detto il governatore francese François Villeroy de Galhau.

Perciò Lagarde ha detto che ora la banca centrale è «in una buona posizione» per affrontare le prossime sfide. Nelle proiezioni Bce, l’inflazione è attesa al target del 2% quest’anno. L’anno prossimo dovrebbe scendere all’1,6%, a causa dei prezzi dell’energia e del rafforzamento dell’euro. Ma nel 2027 secondo le attese dovrebbe tornare all’obiettivo, senza che la Bce faccia nulla. Allo stato attuale, la Bce potrebbe così «guardare oltre» il calo del carovita del prossimo anno, aspettando il rialzo del 2027.

I tassi nel frattempo hanno raggiunto di fatto un livello neutrale, stimato in passato da uno studio Bce tra l'1,75% e il 2,25%. Si tratta di numeri che danno soltanto un’idea generale perché incerti e immaginati per uno scenario privo di shock. Ma si può pensare che, in linea di massima, oggi i tassi non comprimano né stimolino l’economia. Inoltre va considerato che in termini reali i tassi sono ormai a zero e scendere sotto questo livello può diventare più problematico per la banca centrale.

Nel complesso, dopo tagli dal 4% al 2% in un anno, si è così alzata l’asticella per nuovi interventi sui tassi. Gli operatori si aspettano una pausa nella prossima riunione del 24 luglio: una sforbiciata è scontata dai mercati monetari solo al 25% (al 75% entro settembre e al 100% entro dicembre).

Il prossimo mese arriveranno pochi nuovi dati economici. L’attenzione è tutta sulle negoziazioni Ue-Usa sui dazi che dovrebbero terminare entro il 9 luglio. Salvo nuovi scossoni, la Bce dovrebbe fermarsi a luglio, anche per mantenere munizioni in vista di problemi futuri.

Tra i banchieri centrali, sia falchi che colombe, c’è prudenza sulle prossime mosse. Tutto resta aperto comunque per settembre. Fino ad allora potrebbero emergere nuovi scenari a cui rispondere.

I rischi per la Bce

In particolare, ha osservato la Bce, una escalation nelle tensioni commerciali spingerebbe ancora più in basso la crescita e l’inflazione. Anche l’arrivo in Europa di una grande quantità di prodotti cinesi (colpiti dai dazi Usa) può abbassare il carovita. L’inflazione così si allontanarebbe dal target del 2%.

Nello stesso tempo, tuttavia, la Bce ha osservato che una risoluzione della questione dazi porterebbe a dati più alti sul pil e («in misura minore») sull’inflazione. I timori sui prezzi sono legati anche alla rottura delle filiere produttive (causa dazi) e all’aumento delle spese dei governi, in particolare della Germania.

Gli effetti del piano Merz dovrebbero essere visibili non prima di metà 2026. Nel primo trimestre 2025 l’economia europea ha retto bene (+0,6%) grazie all’anticipo dell’attività per i dazi, ma nel resto dell’anno le tensioni commerciali dovrebbero causare una frenata, come è emerso anche dagli ultimi indici Pmi. Alla fine solo i dati economici potranno dire se i tagli Bce sono davvero finiti.

Le attese degli analisti

Molti analisti ritengono che Francoforte dovrà varare almeno un’altra sforbiciata. Bofa e Barclays ne prevedono altre due, a settembre e dicembre. «La Bce spera per il meglio, senza prepararsi realmente al peggio», rileva BofA. «Vediamo un’economia con un output gap negativo, che difficilmente si chiuderà nel breve termine, e un’inflazione che è già al di sotto dell’obiettivo e probabilmente rimarrà tale un bel po’ di tempo».

Bofa inoltre osserva che «la Bce non dovrebbe tollerare un persistente undershoot dell’inflazione, poiché ciò sarebbe equivalente a riconoscere che la vecchia asimmetria del target è ancora presente. Si è rivelata costosa in passato e potrebbe esserlo di nuovo. Perciò riteniamo che la Bce continuerà a ridurre i tassi nel secondo semestre».

Secondo Barclays, «se la crescita dovesse deludere entro la riunione di settembre, l’inflazione potrebbe essere rivista al ribasso, facendo apparire hawkish persino la nostra previsione di un tasso finale dell’1,5%. Inoltre, le prospettive positive dipendono da un equilibrio quasi perfetto tra il freno della politica commerciale e il sostegno fiscale, principalmente in Germania, che potrebbe essere difficile da mantenere».

Per Barclays «entro settembre cresceranno i timori sul rischio che l’inflazione continui a rimanere al di sotto dell’obiettivo, riecheggiando l’esperienza post crisi finanziaria globale. La maggioranza del consiglio direttivo potrebbe essere favorevole a un orientamento leggermente accomodante, senza passare a tassi inferiori all’1,5%».

Anche Citi mantiene «una visione più negativa sull’economia rispetto alla Bce» e si aspetta che «il freno all’attività causato dalle tensioni commerciali si materializzerà nel tempo. Riteniamo che l’allentamento monetario non sia finito».

Unicredit prevede una pausa a luglio e un’ultima riduzione dei tassi a settembre poiché «gli indicatori di crescita si indeboliranno da qui in poi, mentre l’inflazione si aggirerà probabilmente intorno al 2% nel prossimo futuro». La banca italiana comunque osserva: «Se i negoziati tra Usa e Ue dovessero fallire, la Bce sarebbe costretta a tagliare i tassi al di sotto dell’1,75%, mentre un rapido miglioramento delle condizioni commerciali porterebbe probabilmente la Bce a terminare il ciclo di allentamento al 2%».

Una visione diversa è quella di Hsbc, secondo cui «in assenza di un ulteriore deterioramento delle prospettive, ulteriori tagli non dovrebbero essere dati per scontati. La nostra ipotesi centrale è che quello del 5 giugno sia stato l’ultimo taglio di questo ciclo». Per sapere se sarà davvero così, bisognerà guardare soprattutto allo scenario internazionale e agli umori di Donald Trump sui dazi. (riproduzione riservata)



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