Ma i conti pubblici americani non erano ormai fuori controllo? E l’instabilità politica giapponese non doveva mettere a rischio il debito monster del Sol Levante? Le previsioni economiche, si sa, sono fatte per essere smentite. E così i bond mondiali sorprendono tutti e, dopo aver guadagnato oltre il 20% dai minimi del 2022, entrano ufficialmente in un nuovo mercato toro.
L’indice Bloomberg global bond aggregate total return value unhedged (senza copertura dal dollaro), considerato il barometro globale del debito investment grade, ha superato di slancio i 500 punti. È un valore che non vedeva da inizio 2022 quando il più rapido aumento dei tassi d’interesse della storia aveva portato la Fed ad alzare il costo del denaro oltre il 5%, facendo crollare il prezzo delle obbligazioni. Gli investitori hanno quindi scelto di non dare troppo peso alle difficoltà fiscali della Francia, alle tensioni sui conti del Regno Unito oltre che ai già citati effetti dell’amministrazione Trump e a quelli delle dimissioni di Shigeru Ishiba, ex primo ministro giapponese, sulle capacità di rifinanziamento dei rispettivi Paesi.
«C’è un grado di compiacenza notevole degli investitori su tutte le asset class, che viaggiano decorrelate rispetto ai fondamentali» osserva Fabrizio Biondo, responsabile della divisione investimenti innovativi di Lemanik ed esperto del settore obbligazionario. «Nel mondo dei bond, la foglia di fico a cui tutti si aggrappano sono le aspettative d’inflazione di medio-lungo termine.
Finché restano stabili, gli investitori considerano sostenibili anche politiche fiscali aggressive e squilibri crescenti: pensano che si possa andare avanti così senza rischi immediati». È anche questo a spiegare la divergenza fra un mercato obbligazionario globale in rally e indicatori macroeconomici sempre più deboli.
La fragilità emerge soprattutto negli Stati Uniti, dove i dati sul lavoro si stanno rivelando più deboli. «Nel 2024 ci sono state revisioni per oltre 1,1 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a quanto inizialmente comunicato. Ora il mercato sta toccando con mano che gli Stati Uniti sono in una fase di contrazione occupazionale, e questo ha spinto la Fed a spostare il focus dalla lotta all’inflazione al sostegno della crescita», chiarisce Biondo. Il recente taglio dei tassi deciso dalla banca centrale riflette infatti questo cambio di priorità e ha contribuito ad alimentare il rally.
Eppure, mentre gli investitori comprano bond, le banche centrali continuano ad accumulare oro, spesso anche «evitando di dichiararlo al Fondo Monetario Internazionale», segno che sotto la superficie i timori restano. E intanto Ubs ha alzato il target del metallo a 3.900 dollari l’oncia entro giugno 2026. Sul Bitcoin, il manager è netto: «Ha natura speculativa e una volatilità incompatibile con l’uso come riserva di valore».
In Europa, dove la Bce ha un mandato solo sulla stabilità dei prezzi, i rendimenti oscillano e il decennale tedesco è risalito al 2,75% dal minimo del 2%. «Il continente è bloccato tra stagnazione e inflazione», osserva il gestore, aggiungendo che «il dato più sorprendente è che oggi la Francia ha lo spread più alto di tutta l’area». «Dal punto di vista operativo», conclude Biondo, «i mercati con tassi alti come Stati Uniti e Regno Unito offrono il maggior potenziale di compressione dei rendimenti (dunque di guadagno sui prezzi). I miei preferiti però sono l’Australia, che ha buoni conti pubblici, e il Canada. Eviterei invece il Giappone, dove l’inflazione ostinata e la lentezza della Bank of Japan rendono probabile un aumento dei rendimenti. Nel corporate invece c’è una caccia al rendimento che gonfia i prezzi. È un mercato caro, ma finché dura il flusso, continuerà a salire». Così il mondo dei bond corre, mentre le economie arrancano: un paradosso che, almeno per ora, gli investitori hanno deciso di ignorare. (riproduzione riservata)