In una valle verdissima a 2.000 metri di altitudine, circondata dalle montagne del Wyoming, fra il 21 e il 23 agosto di riuniscono i più importanti banchieri centrali del mondo occidentale. Il cosiddetto Jackson Hole Economic Symposium costituisce un appuntamento di fine estate molto atteso dai mercati da quando prese il via qui nel 1981 con l’allora governatore Paul Volcker.
Quest’anno l’evento sarà ancora più atteso perché il tema dei tassi Usa è al centro dell’attenzione dei mercati di tutto il mondo. Da un lato l’attuale responsabile della Federal Reserve, Jerome Powell, è piuttosto cauto nel tagliare il costo del denaro in presenza di un’inflazione piuttosto resistente. Dall’altro, il presidente Usa Donald Trump ha addirittura minacciato Powell di fargli causa se non interviene a ridurre. Soprattutto dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento sull’inflazione di luglio al 2,7%, poco sotto le attese (ma non i prezzi alla produzione, in rialzo), che ha attenuato i timori di rincari dovuti ai dazi e dei contemporanei segnali di un raffreddamento del mercato del lavoro.
Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha suggerito alla Fed di ridurre i tassi in maniera consistente dall’attuale livello di 4,25%-4,5%. «Penso che potremmo procedere con una serie di tagli a partire da 50 punti base a settembre», ha detto Bessent, aggiungendo che i tassi dovrebbero essere più bassi di 150-175 punti base (1,5%-1,75%). Non è affatto poco. Si tratta di un’evidente ingerenza del governo nelle decisioni di una delle più importanti istituzioni finanziarie mondiali, la Fed. Il mandato di Powell scade a maggio 2026 e Trump sta già esaminando i candidati che lo potrebbero sostituire. Nel giro di 48 ore, dopo l’uscita dei dati macro Usa e il commento di Bessent, i T bond Usa sono andati in rally, con il prezzo in salita e il rendimento in calo, sulla scommessa che la Fed taglierà i tassi al meeting del 16-17 settembre.
Intanto il rendimento del T bond Usa decennale è passato dal 4,31% del 12 agosto al 4,21%, il Treasury a 5 anni dal 3,84% al 3,75% e quello a 2 anni dal 3,78% al 3,68%. I mercati scommettono a mani basse ora un taglio di 25 punti base a settembre, con alcuni economisti che ipotizzano una mossa più ampia da 50 punti. A questo punto il forum di Jackson Hole a fine agosto diventa fondamentale per capire che cosa emerge dalle parole di Powell.
Quali conseguenze possiamo attenderci da questo quadro? E come muovere di conseguenza il portafoglio? Gli analisti di Citi hanno sottolineato che se la Fed decidesse di tagliare i tassi nel 2025, questa decisione avverrebbe in un contesto di inflazione annua in salita, «una situazione possibile ma storicamente rara». L’ultima volta che è accaduto è stato tra la seconda metà del 2007 e la prima metà del 2008, ovvero con il crollo dei mercati mondiali. In maniera «curiosa, il calo del dollaro da inizio anno ha la correlazione più alta proprio con il 2007 rispetto a tutti gli anni dal 1973», nota Citi. In quel contesto storico, l’indebolimento del dollaro era stato più marcato «prima del taglio dei tassi e la debolezza della valuta era proseguita nei tre mesi successivi». Gli analisti si aspettano quindi che il biglietto verde continui a cedere posizioni nei confronti dell’euro fino a fine anno, non in maniera così importante come è accaduto nel primo semestre. Intanto i mercati hanno già cominciato a comprare T bond, come si è visto, perché si aspettano un taglio dei tassi e fanno incetta dei titoli di Stato Usa già sul mercato che rendono di più. Infatti stanno salendo i prezzi di queste obbligazioni. Un trend che potrebbe accelerare con Jackson Hole. Con l’aiuto di un analista obbligazionario indipendente, Giacomo Alessi, Milano Finanza ha selezionato un paniere di 15 bond in dollari con rendimenti che vanno dal 3,7% al 6,3% e un intervallo ampia di durata, con un minimo di 2 anni e un massimo di 30 anni. Gli emittenti sono governi (quello Usa in primis), ma anche la Repubblica di Romania che ha collocato un bond in dollari, oppure Panama, il cui decennale rende più di tutti (6,3% per l’appunto). Nella selezione compaiono anche bond emessi da grandi società Usa con un rendimento che va dal 5,5% al 6,2%.
I futures sui tassi di interesse, spiega Alessi, «ora scontano nei prezzi un tasso implicito di rendimento del 3,75% circa a marzo 2026 rispetto all’attuale 4,25%-4,5% lasciando prefigurare una lunga stagione di tagli. La probabilità di un ribasso dei tassi negli Usa è molto alta e sicuramente per l’investitore europeo andare a caccia di rendimento in dollari è una buona diversificazione del rischio». Tenuto conto, tuttavia, aggiunge l’analista, che esiste sempre come sottostante il rischio di cambio euro-dollaro. «Nel corso del 2025 il dollaro ha perso il 12,8% e nessun investimento obbligazionario avrebbe potuto neutralizzare l’effetto del cambio anche se al livello attuale di circa 1,17 un rafforzamento del dollaro in area 1,15 è plausibile. Bisogna sempre tener conto che a lungo termine in un investimento obbligazionario non è possibile calcolare gli effetti del cambio».
Il miglior approccio quindi, ragiona l’analista, è allocare non oltre il 25% del portafoglio in valute estere per non incorrere in brutte sorprese, «fortunatamente i titoli in dollari offrono rendimenti più alti dei pari rischio in euro e hanno spesso un taglio minimo da 2 dollari per i titoli societari, permettendo di diversificare gli investimenti». Nella selezione, Alessi, ha cercato rendimento «tra i titoli sovrani di Paesi emergenti (Panama e Romania, come si è visto) e gruppi conosciuti come Ford (che potrebbe beneficiare dei dazi sui concorrenti importatori), Discovery, Blackstone Private Credit e Carnival». L’esperto ha selezionato anche un «quartetto di titoli ultralunghi (Fedex, Uber, Boeing, Pfizer) per beneficiare della discesa dei tassi unita all’alta duration dei titoli (hanno maggiore sensibilità ai tassi sul corso secco, il prezzo) oltre a 5 scadenze di governativi Usa che non sono soggetti al rischio di credito ma al rischio di tasso e di valuta».
Nota finale sul Btp, in rally da marzo, quando il decennale rendeva il 4% sceso poi al 3,4% attuale con un conseguente aumento del prezzo. Secondo Alessi, il Btp «continua ad essere il governativo di maggiore rendimento dell’area euro e una preda per investitori esteri a caccia di titoli per sfruttare l’attuale forza della valuta. Il rendimento dovrebbe assestarsi fra il 3,2% e 3,5% nei prossimi mesi senza lasciar presagire un rally di lungo respiro considerando l’avvicinamento alla prossima legge di bilancio che da sempre fa aumentare la volatilità», conclude Alessi. (riproduzione riservata)