Sulla guerra in Ucraina si stanno imponendo due fattori. Da un lato, le elezioni di midterm impongono al presidente Usa Donald Trump ritmi serrati ai negoziati, anche alla luce dell’uso strategico da parte di Mosca «del gelo e del buio» come strumenti di pressione. Dall’altro, è «ormai evidente che il Donbass rappresenti il prezzo implicito che l’Ucraina potrebbe dover pagare per ottenere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti». In questo quadro si colloca la questione delle urne. È plausibile che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non possa esimersi «dal prospettare elezioni e un referendum sulla nuova configurazione territoriale del Paese per dare legittimità politica a una scelta così delicata». Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina ed ex ambasciatore italiano a Pechino.
Non si può pensare di chiamare gli ucraini alle urne senza una tregua militare. Anche in quel caso servirebbero almeno sei mesi: vige la legge marziale, «quindi le elezioni sono giuridicamente precluse e sarebbe necessario un intervento del parlamento». Inoltre bisogna considerare che «milioni di ucraini rifugiatisi all’estero, insieme ai soldati al fronte e ai cittadini nelle zone di guerra, difficilmente potrebbero votare, aprendo un problema di legittimità che Mosca non esiterebbe a sfruttare».
Da non sottovalutare che le campagne elettorali implicano contrasti e divisioni. E «in un Paese già dilaniato dalla guerra, una competizione politica anticipata rischierebbe di accentuare le fratture interne fino a farlo implodere», ha evidenziato Sequi.
Per non parlare del referendum. Così Zelensky potrebbe evitare «di assumersi da solo la responsabilità di scegliere tra una pace che comporti una rinuncia al Donbass e il prolungamento della guerra, rimettendo la decisione al popolo». Ma il rischio è che si trasformi in una ratifica percepita come obbligata. E poi, ha aggiunto Sequi, non si può mai dare per scontato «un voto del popolo sovrano». (riproduzione riservata)