La pace non è ancora matura tra Russia e Ucraina nonostante l’invasione risalga a più di 4 anni fa, 24 febbraio 2022. Un fatto «dirompente: il presidente russo Vladimir Putin ha deciso di ricorrere alla forza per modificare i confini del proprio Stato e così messo in discussione l’integrità territoriale di un’altra nazione e ha anche utilizzato motivazioni etniche-ideologiche per giustificare una spedizione militare per annichilire uno Stato limitrofo». Nondimeno l’aggressione russa ha «riportato la guerra nel cuore d’Europa, mettendo a repentaglio l’architettura europea di sicurezza, e soprattutto ha ingenerato un cambiamento durevole nel clima delle relazioni internazionali trasformandole da un dialogo difficile a una costante confrontazione», spiega a Milano Finanza, l’ambasciatore Giampiero Massolo, già presidente dell’Ispi ed ex dg del Dis.
E il tutto per una guerra che, nella mente di Putin sarebbe dovuta «essere una sorta di marcia su Kiev» e invece perdura da quattro anni e ancora le prospettive «di risoluzione non sono rapide, salvo sorprese», ribadisce l’attuale presidente di Mundys presto alla guida anche dell'Osservatorio sul rischio geopolitico della Luiss che ha l’obiettivo di analizzare come le decisioni politiche (di conflitto, di potestà regolamentare e reputazionali) finiscano per condizionare la vita delle aziende e fornire loro una bussola per muoversi nel mare delle attuali dinamiche geopolitiche.
Questo perché la palla ce l’ha ancora Putin. Da un lato il presidente russo non ha alcuna intenzione di abbandonare gli obiettivi per cui ha iniziato il conflitto: «Oltre alla resa dello Stato ucraino fino a renderlo un fantoccio anche i territori di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson». Anche se tutti questi risultati non «sono stati raggiunti e sono irraggiungibili», ha commentato Massolo, Putin «si comporta come se la Russia non avesse perso la guerra fredda e continua dritto per la sua strada per ottenere tramite un possibile negoziato per la pace quello che non è riuscito a ottenere sul campo», grazie alla «virtuosa resistenza del popolo e dell’esercito ucraino sostenuti dall’Occidente».
Dall’altro lato, secondo Massolo, Putin «non si fermerà presto perché non considera insostenibile il costo della guerra e perché ritiene che il fattore tempo giochi a suo favore, sia nel logorare la resistenza ucraina sia nel creare tensioni tra Usa e Ue nonché un crescente disamore verso la causa ucraina, che lascerebbe Kiev sola e obbligata ad accettare le condizioni russe».
Qualcosa in questa direzione si muove. In particolare gli Usa per «ragioni soprattutto di politica interna hanno diminuito il loro aiuto all’Ucraina e lasciato l’Ue a fungere da pivot della resistenza ucraina». Un ruolo da cui l’Europa non può proprio sottrarsi perché, ha spiegato l’ambasciatore, «difendere l’Ucraina significa difendere il principio dell’inviolabilità dei confini e la propria sicurezza: se l’uso della forza per modificare le frontiere producesse vantaggi per l’aggressore russo, l’intero sistema europeo ne uscirebbe destabilizzato. Con il rischio di pressioni ibride, interferenze politiche, destabilizzazioni economiche e campagne di disinformazione per mano di Mosca che ne aumenterebbero il condizionamento sulle dinamiche europee». Un punto su cui gli Usa non possono restare del tutto sordi: «Washington non può permettersi un’Europa strutturalmente instabile, un fronte aperto che limiterebbe la capacità statunitense di concentrarsi su altre sfide globali, in primis la Cina».
Quel che è certo è che senza il coinvolgimento della comunità internazionale la pace non è raggiungibile visto che l’Ucraina ha quantomeno tre condizioni, ricorda l’ambasciatore. Innanzitutto Kiev non si muoverà senza garanzie di sicurezza credibili «che scoraggino future aggressioni al Paese e che devono passare sia per l’Ue che per gli Usa». In secondo luogo, va affrontata la questione delle mire di Putin sui territori ucraini occupati e non conquistati con le armi, visto che «ogni cessione territoriale deve essere votata con un referendum dagli ucraini ma senza una tregua militare tutto è fermo». Terzo, va definito chi parteciperà e in che misura alla ricostruzione post-bellica dell’Ucraina.
Sempre con lo sguardo al futuro, l’Ucraina chiede di aderire «e rapidamente all’Ue». Si tratta di un’opportunità per l’Unione di «cambiare le carte in tavola e ribaltare il sistema attuale di adesione di nuovi membri, rendendo possibile subito l’accesso a Kiev nella famiglia europea permettendole poi man mano che rispondesse ai requisiti di fare passi ulteriori nell’integrazione». L’altro scatto che l’Ue dovrebbe fare, secondo il diplomatico di lungo corso, per diventare «un soggetto significativo a livello internazionale, è militare: definire una via comunitaria in materia di difesa».(riproduzione riservata)