L’Iran «non ha respinto» il piano di pace presentato dagli Sati Uniti e «i colloqui continuano». Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, smentendo le notizie di stampa sul rifiuto di Teheran di negoziare la fine del conflitto e aggiungendo che gli Usa sono «molto vicini» a raggiungere gli obiettivi dell’operazione contro l’Iran. La portavoce ha spiegato che Washington è «in anticipo di 20 giorni» sulla tabella di marcia di un’offensiva che era stata studiata per durare «dalle quattro alle sei settimane». Poi l’affondo: «Donald Trump non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno» se l’Iran non accetta la sconfitta, ha avvertito la portavoce sottolineando che «l’Iran non dovrebbe commettere errori di calcolo».
L’esercito israeliano sta colpendo il maggior numero possibile di obiettivi chiave in Iran nel timore che la guerra possa presto finire vista la crescente possibilità di colloqui tra Teheran e Washington. Lo scrive il New York Times, citando da due alti funzionari israeliani e due persone informate sulla questione. Secondo i funzionari, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato che nelle prossime 48 ore le forze armate facciano tutto il possibile per distruggere quanto più possibile l’industria bellica iraniana.
La produzione petrolifera dell'Iraq è diminuita di circa l’80 per cento da quando sono iniziate le interruzioni delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, nel contesto della guerra in Iran. Lo riportano i media iracheni citando funzionari del settore energetico, secondo cui la produzione è calata da circa 4,3 milioni di barili al giorno a 800.000 barili al giorno. Secondo quanto riferito dalle autorità irachene, questa settimana l’Iraq ha ordinato ulteriori tagli alla produzione, tra cui la riduzione della produzione del giacimento di Rumaila da circa 450.000 a 350.000 barili al giorno e la diminuzione della produzione del giacimento di Zubair di 70.000 barili al giorno rispetto agli attuali 330.000.
Israele amplierà la “zona di sicurezza” nel sud del Libano. La conferma arriva dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu che ha incontrato il forum dei direttori generali dei ministeri e dei leader locali delle zone a nord di Israele al confine con il Libano. «Fate tutto il possibile per impedire l'abbandono degli insediamenti», ha detto Netanyahu. «La questione dello smantellamento di Hezbollah è sotto i nostri occhi. Questo è anche legato alla campagna generale contro l’Iran, che è ancora in corso nonostante ciò che viene riportato dai media. Ma siamo assolutamente determinati a fare tutto il possibile per cambiare radicalmente la situazione in Libano», ha aggiunto. «Vi chiedo di fare tutto il possibile per impedire l'abbandono degli insediamenti. Stiamo ampliando questa zona di sicurezza per allontanare la minaccia dei missili anticarro dai nostri insediamenti e dal nostro territorio», ha concluso.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu «ha ribadito che i diritti e le libertà di navigazione lungo le rotte marittime critiche, come lo Stretto di Hormuz, devono essere rispettati. La chiusura prolungata dello Stretto sta soffocando il trasporto di petrolio, gas e fertilizzanti in un momento critico della stagione agricola globale». Lo ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.
L’Iran respinge la proposta americana per fermare la guerra e rilancia con una piattaforma negoziale articolata in cinque condizioni, segnando un irrigidimento della propria posizione nel confronto con gli Stati Uniti e con Israele. A riferirlo è la televisione di Stato iraniana, citando un alto funzionario del regime.
Il primo punto posto da Teheran è «uno stop completo ad aggressione e uccisioni» da parte di Stati Uniti e Israele. Una richiesta che punta a un cessate il fuoco totale e immediato come precondizione per qualsiasi sviluppo diplomatico.
Seconda condizione: «L’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica islamica». In questo caso, l’Iran chiede garanzie strutturali di sicurezza, verosimilmente sotto forma di accordi internazionali vincolanti.
Il terzo punto riguarda il nodo economico: «Il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra». Una richiesta che apre un fronte complesso sul piano negoziale, sia per la quantificazione dei danni sia per i soggetti chiamati a sostenerne il costo.
Quarta condizione: «La conclusione della guerra su tutti i fronti e di tutti i gruppi di resistenza coinvolti in tutta la regione». Un riferimento diretto alla rete di alleanze e milizie che orbitano nell’area mediorientale e che rende il dossier ancora più ampio e multilaterale.
Infine, il punto più strategico: il «riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz». Un passaggio cruciale, considerando il ruolo dello stretto come snodo fondamentale per il traffico globale di petrolio.
Il Pakistan avrebbe consegnato a Teheran la proposta di accordo degli Usa, ma secondo Reuters le parti stanno ancora discutendo su dove incontrarsi. In parallelo Trump continua a inviare uomini nel Golfo. «Stiamo monitorando attentamente tutti i movimenti degli Stati Uniti nella regione, in particolare gli schieramenti di truppe», scrive su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Gli Usa hanno deciso di schierare altri 2 mila militari della 82esima divisione aviotrasportata, preludio a una possibile invasione. «Non mettete alla prova la nostra determinazione a difendere la nostra terra», avverte Ghalibaf.
L'ambasciatore iraniano in Pakistan nega che ci siano stati colloqui tra Washington e Teheran. «Abbiamo appreso anche noi questi dettagli dai media, ma secondo le mie informazioni - e contrariamente alle affermazioni di Trump - finora non si sono svolti negoziati, diretti o indiretti, tra i due Paesi», spiega Reza Amiri Moghadam. «È naturale, comunque, che i Paesi amici siano sempre impegnati in consultazioni con entrambe le parti per porre fine a questa illegittima aggressione».
L’Iran apre al Pakistan come mediatore con gli Usa. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, crede che Islamabad abbia «buone intenzioni. Abbiamo colloqui in corso anche con i nostri vicini e altri Paesi amici. Comprendiamo che i Paesi della regione siano preoccupati e tutti stanno cercando di contribuire». Per Baghaei, però, le aperture di Trump «non sono credibili. Sono stati loro a iniziare questa guerra e continuano ad attaccarci. Quindi qualcuno può davvero credere che la loro volontà di mediare sia credibile?». Baghaei ha ribadito inoltre «che non ci sono colloqui o negoziati in corso con gli Stati Uniti».
L’Iran deride gli Stati Uniti e i suoi tentativi di arrivare a un cessate il fuoco. «Chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo. I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi? La nostra prima e ultima parola è la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: non scenderemo mai a compromessi con voi. Né ora, né mai», sono le parole alla tv di Stato del tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari.
La Cina esorta l’Iran a trattare con gli Usa. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha chiesto al suo omologo Abbas Araghchi di «avviare i colloqui di pace il prima possibile nell’interesse della nazione e del popolo iraniano, rispecchiando il desiderio generale della comunità internazionale». Per Wang «tutte le parti dovrebbero cogliere ogni opportunità e finestra di opportunità per la pace». La Cina aveva già condanna l’attacco americano e israeliano, astenendosi invece dal criticare esplicitamente la rappresaglia militare iraniana.
Gli Stati del Golfo non devono essere messi da parte nei negoziati tra Stati Uniti e Iran. A chiederlo su X è l’ex primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, che ricorda come il futuro del Medio Oriente non possa essere plasmato senza il loro contributo. Per l’ex premier qatariota, inoltre, lo Stretto di Hormuz «non è una merce di scambio, né uno strumento di pressione» e deve rimanere aperto «senza condizioni o restrizioni. Qualsiasi tentativo di imporre un controllo unilaterale, o di trasformarlo in uno strumento di estorsione, rappresenta una minaccia diretta non solo per la regione, ma per l’economia globale».
I Paesi arabi scendono in campo come possibili mediatori tra Iran, Usa e Israele mentre il presidente americano Donald Trump ha inviato una bozza di accordo a Teheran con 15 punti, tra cui il divieto di possedere armi nucleari. Qualcosa si muove nel mentre nello stretto di Hormuz, dove il regime ha concesso alle navi dei Paesi amici di transitare anche se a pagamento.
Resta da vedere se queste aperture si trasformeranno in un cessate il fuoco o in un progetto di pace più ampio. Anche perché i bombardamenti reciproci proseguono e gli Usa stanno inviando truppe di terra nel Golfo. Gli spiragli hanno comunque concesso alle borse di respirare negli ultimi due giorni, ma i prezzi del petrolio restano in zona 100 dollari al barile e quelli del gas in area 50 euro al megawatt/ora. (riproduzione online)