L’interesse degli Stati Uniti ad acquisire la Groenlandia sta creando tensioni all’interno della Nato. Non è la prima crisi interna vissuta dall’Alleanza, ma è di gran lunga la «più esistenziale», secondo Stefan Kolek, senior credit strategist di Unicredit.
Mentre l’amministrazione Trump continua a ribadire la propria intenzione di annettere la Groenlandia, territorio autonomo danese, «con qualsiasi mezzo», le tensioni all’interno dell’Alleanza Atlantica e tra l’Ue e gli Stati Uniti sono in aumento.
Sabato il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato che il 1° febbraio entreranno in vigore dazi aggiuntivi del 10% sulle merci provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Olanda, Finlandia e Gran Bretagna per aver mandato una manciata di militari in Groenlandia.
I dazi aumenteranno al 25% da giugno e continueranno fino a quando non verrà raggiunto un accordo sull'acquisizione dell’isola artica da parte degli Stati Uniti. I leader di Groenlandia e Danimarca hanno ribadito che l'isola non è in vendita. Gli investitori sperano in una de-escalation che elimini il rischio di una rottura nella Nato.
Trump parteciperà il 21 gennaio al World Economic Forum di Davos, dove incontrerà i rappresentanti della Nato e dell’Ue per alcuni colloqui sulla Groenlandia. Intanto dal punto di vista dei mercati finanziari gli ultimi sviluppi aprono la strada a «un percorso accidentato», secondo Kolek.
Sebbene al momento non si intraveda una soluzione alla crisi, «le tensioni attuali non sono le prime a emergere tra i Paesi membri del patto atlantico e non riteniamo», sostiene lo strategist di Unicredit, «che mettano necessariamente in discussione l’esistenza stessa dell’Alleanza».
Per decenni la Nato è stata percepita come un pilastro della stabilità internazionale. Tuttavia, sin dalla sua fondazione nel 1949, ha attraversato numerose gravi crisi interne. La prima fu la crisi di Suez del 1956, quando, in seguito alla presa militare e alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del presidente egiziano, Gamal Abdel Nasser, il Regno Unito e la Francia, entrambi membri della Nato, invasero il Paese (insieme a Israele) per riprendere il controllo del canale.
L’azione generò tensioni con gli Stati Uniti, poiché l’allora presidente, Dwight Eisenhower, era desideroso di evitare di apparire come un oppositore del nazionalismo in Medio Oriente, dove Washington temeva che qualsiasi manifestazione di colonialismo britannico e francese avrebbe favorito i partiti comunisti locali.
Successivamente, nel 1966, la Francia del presidente Charles de Gaulle, spinta dall’ambizione di ottenere una maggior sovranità e indipendenza nelle decisioni relative a dove e come impiegare le proprie forze armate, decise di ritirarsi dalla struttura di comando militare integrata della Nato. La decisione portò al trasferimento del quartier generale dell’Alleanza da Parigi a Bruxelles, mentre la Francia rimase membro della Nato e continuò a partecipare al suo quadro politico. Il Paese rientrò nel comando militare integrato solo nel 2009.
Ancora. Nel 1974 la guerra greco-turca per Cipro creò nuovamente profonde fratture all’interno del blocco nordatlantico, portando alla divisione dell’isola e alla proclamazione della Repubblica Turca di Cipro del Nord nel 1983 (riconosciuta solo dalla Turchia). Da allora, fa presente Kolek, le tensioni tra la Grecia e la Turchia per i confini marittimi, nonché le attività di esplorazione e perforazione di idrocarburi, sono riemerse ripetutamente nel Mediterraneo orientale, più recentemente nel 2020.
In passato, l’Alleanza Atlantica ha dimostrato una notevole resilienza e capacità di adattamento. Tuttavia, «senza dubbio l’attuale conflitto, in cui il principale membro dell’Alleanza, ovvero gli Usa, chiede a un alleato di cedere un territorio, è senza precedenti e rappresenta probabilmente la prova più seria della sua storia», avverte Kolek.
Esistono diversi possibili esiti per quest’ultima disputa, tra cui un referendum in Groenlandia, un accordo per un acquisizione da parte degli Stati Uniti, un intervento militare o qualche forma di compromesso tra Danimarca e Groenlandia da un lato e gli States dall’altro.
Non è chiaro quanto rapidamente la crisi verrà risolta e gli investitori dovranno probabilmente continuare ad affrontare un periodo di incertezza e una volatilità elevata sia nei mercati azionari sia in quelli del credito per il timore che il conflitto territoriale inneschi anche una guerra commerciale tra gli Stati Uniti e l’Ue con il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha minacciato l’uso del cosiddetto «strumento anti-coercizione».
Un meccanismo che prevede dazi o restrizioni commerciali, licenze all’esportazione/importazione, limitazioni agli investimenti diretti esteri o l’esclusione delle imprese statunitensi dall’accesso agli appalti pubblici europei, che potrebbe essere attivato qualora gli Stati Uniti imponessero i dazi sopra menzionati.
«Anche in assenza di un’escalation delle tensioni commerciali, la crisi solleva interrogativi profondi sul futuro della Nato in generale e sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato strategico. Il rischio è che Washington possa persino minacciare di ritirarsi dall’Alleanza stessa», ipotizza Kolek. Durante la sua prima presidenza e anche nella campagna elettorale successiva, Trump ha più volte detto che potrebbe considerare l’idea di far uscire gli Stati Uniti dalla Nato se gli alleati europei non avessero soddisfatto i requisiti di spesa per la difesa. Ma questi commenti sono stati retorici o tattici, volti a fare pressione sugli alleati piuttosto che azioni formali per uscire dall’organizzazione.
Sui mercati i settori ciclici, in particolare quelli esposti agli scambi Ue-Usa, come automotive e componentistica, tecnologia e beni industriali, potrebbero essere i più colpiti. Inoltre, le tensioni sono destinate a favorire flussi verso i beni rifugio, con oro e argento che probabilmente continueranno a beneficiarne e a raggiungere nuovi massimi storici.
Per quanto riguarda, infine, il dollaro statunitense, conclude Kolek, l’effetto della crisi in corso potrebbe essere contrastante: «da un lato la fermezza americana potrebbe sostenere la valuta, dall’altro il ruolo destabilizzante degli Stati Uniti potrebbe spingerla nella direzione opposta». (riproduzione riservata)