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Gravi sacrifici attendono i partner commerciali degli Usa: il dollaro si sta rafforzando

di Guido Salerno Aletta
28 marzo 2025, 21:27 Ultimo aggiornamento: 21:28

I partner degli Usa nel G7 devono prepararsi a ridurre gli avanzi commerciali verso gli Usa e andare a produrre direttamente negli Usa, anziché limitarsi a vendere

C’è chi parla, probabilmente azzardando, di una fuga dal dollaro che sarebbe in corso. Al contrario, in questi ultimi giorni è il dollaro che dopo appena due mesi di ribassi si sta nuovamente e soprattutto inaspettatamente rafforzando nei confronti di euro, sterlina e yen. Sono capitali destinati, con ogni probabilità, a investimenti produttivi negli Usa.

La volatilità delle valute

Certo, in giro regnano incertezza e preoccupazione, come testimoniano i repentini mutamenti di direzione dei cambi nello scorso semestre, con il dollaro caratterizzato dalla recente fase di indebolimento iniziata dal giuramento del presidente Donald Trump: da 1,02 dollari per 1 euro del 15 gennaio scorso, si è arrivati a 1,09 del 18 marzo.

Ben poca cosa, però, rispetto alla caduta dell’euro che era stata registrata a partire da fine settembre scorso, quando il cambio aveva segnato il picco superiore di 1,12. Del resto, aveva fatto lo stesso la sterlina, scesa da 1,34 sul dollaro di fine settembre al minimo di 1,22 del 19 gennaio, per poi risalire anch’essa fino a 1,3 sempre il 18 marzo. Lo yen, pure: sceso da 0,007 di fine settembre a 0,0063 del 13 gennaio e poi risalito a 0,0067. Ma tutte e tre queste valute sono tornate da qualche giorno a flettere sul dollaro.

Le plusvalenze valutarie

Gli alti tassi americani hanno facilitato la raccolta di capitali sul mercato mondiale: le detenzioni di titoli del Tesoro Usa da parte di non residenti sono passate infatti dai 7.954 miliardi di dollari di gennaio 2024 agli 8.526 miliardi di gennaio 2025.

L’incremento di 524 miliardi è stato determinato dall’incremento sostanzioso per 196 miliardi delle detenzioni degli «Altri Paesi», e da quello della Francia che ha curiosamente primeggiato su tutti con +79 miliardi, seguita come di consueto da Belgio, Isole Cayman, Lussemburgo, Singapore e Taiwan. In diminuzione, invece, i Brics: Brasile -28 miliardi, Cina -37 e India -10. C’è poi da registrare la ritirata del Giappone con -61 miliardi, somma quasi doppia rispetto alla riduzione operata della Cina, con una tendenza che si conferma nel biennio gennaio 2023- gennaio 2025: -221 miliardi da parte del Giappone e -273 da parte della Cina.

Il rientro dei capitali col contestuale rafforzamento di euro, sterlina e yen a partire da metà gennaio, quella che viene definita «fuga dal dollaro», si spiega innanzitutto con l’obiettivo di monetizzare le plusvalenze valutarie maturate e poi col fatto che con la nuova presidenza Trump la prospettiva è quella di un forte ridimensionamento delle importazioni americane: da ciò deriva la necessità di capitali da investire all’interno per bilanciare la domanda Usa.

La strategia Usa

La nuova amministrazione farà di tutto per ridurre la spesa per interessi sul debito federale che nell’esercizio 2024 (terminato il 30/9), era stata di 1.365 miliardi di dollari a fronte di un debito totale lordo arrivato a 33.167 miliardi di dollari, accresciutosi ancora a 36.219 miliardi alla fine dell’anno.

La spesa per interessi ha eguagliato così quelle per la difesa, forfettizzata dal DoT in 1.400 miliardi: spendere in proporzione di più degli europei nell’ambito della Nato e avere anche uno sbilancio commerciale strutturale nei loro confronti è il motivo per il quale il presidente Trump ha dato loro degli «scrocconi».

Si dice infatti che nell’accordo di Mar-a-Lago, in realtà una riunione tutta interna all’Amministrazione Usa, si sia parlato della necessità di tassare le detenzioni estere di titoli del Tesoro americano, escludendo quelle degli stablecoin domiciliati negli Usa che hanno come sottostante a garanzia gli stessi titoli, dando così seguito ai suggerimenti formulati da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca, nel suo saggio A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System.

Sarebbero dunque le stablecoin americane ad attrarre i capitali stranieri in cerca di un porto sicuro, attenuando la tendenza alla sopravvalutazione del dollaro che deriva da ragioni finanziarie e che determina lo squilibrio strutturale della bilancia commerciale Usa.

Non sarà indolore, quindi, neppure questa volta il tentativo di riequilibrare il deficit strutturale con l’estero dei conti commerciali: si dovrebbe forzare la mano duramente, nell’ambito del G7, così come si fece nel 1985 col G5 di allora, per costringere ancora una volta i partner a sostenere la svalutazione del dollaro e ad aumentare la domanda interna per scaricare la pressione sull’export.

Intorno al tavolo, sotto la presidenza di turno che quest’anno spetta al Canada, ci sarebbero ancora una volta solo Paesi che beneficiano ampiamente della domanda americana, col Canada stesso che nel 2024 ha registrato un avanzo di 63 miliardi di dollari, il Regno Unito che si è fermato a 11,8 miliardi, la Francia con 16,4 miliardi, la Germania con 84,8 miliardi, l’Italia con 44 miliardi e il Giappone con 68,5 miliardi, per un totale di 288,5 miliardi di dollari che sono pari a un terzo del deficit commerciale Usa.

Bisogna produrre negli Usa

Per non parlare delle detenzioni di titoli americani a gennaio scorso, col Canada che ne aveva per 351 miliardi di dollari, il Giappone per 1.079, il Regno Unito per 740, la Francia per 335 e la Germania per 105 miliardi: in totale di 2.610 miliardi, il 30% dei titoli detenuti nel complesso da non residenti. Insomma, i partner del G7 non solo guadagnano con le esportazioni verso gli Usa, ma finanziano il Tesoro americano incassando lauti interessi sul debito sottoscritto.

Il doppio deficit strutturale, commerciale e fiscale, non è più sostenibile per gli Usa, come più volte ha affermato Trump. I partner degli Usa nel G7 devono prepararsi a fare gravi sacrifici: ridurre gli avanzi commerciali verso gli Usa e vedersi tagliati gli interessi sulle detenzioni di titoli del Tesoro. E ad andare a produrre direttamente negli Usa, anziché limitarsi a vendere. The Stick is Back. (riproduzione riservata)



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