Un colpo al cerchio e uno alla botte. L’Italia si prepara a modificare la legge sul golden power per andare incontro all’Europa, che a novembre ha aperto una procedura d’infrazione proprio sui poteri speciali con cui il governo può tutelare l’interesse nazionale nei settori strategici. L’esecutivo italiano ha fatto un passo indietro concedendo una sorta di prelazione a Bce e Commissione, perché d’ora in poi si potrà esprimere solo una volta completati «i procedimenti pendenti davanti alle autorità europee».
Questo anche quando si tratterà di operazioni tra attori comunitari (non solo extra-Ue) che riguardano banche e assicurazioni. Ma allo stesso tempo l’Italia punta ad ampliare i casi di intervento, facendo rientrare nell’elenco la sicurezza economica e finanziaria. Proprio quella che ha spinto il governo a imporre quattro prescrizioni all’ops di Unicredit su Banco Bpm, costringendo il ceo Andrea Orcel a ritirare l’offerta.
L’emendamento al decreto Transizione 5.0 con cui cambierà la legge sul golden power, insomma, potrebbe fare tutti felici. Bruxelles e Francoforte perché in futuro potranno prevenire violazioni alla libera circolazione dei capitali e alle prerogative della Bce in materia di vigilanza bancaria. Roma perché il risparmio rientrerà di diritto nei settori meritevoli di tutela da parte delle autorità nazionali, tradotto Palazzo Chigi.
Resta da capire se il compromesso cercato dal governo soddisferà davvero la Commissione e in particolare la commissaria Maria Luís Albuquerque, che alla guida della Dg Fisma ha aperto un confronto (Eu Pilot) con l’Italia conclusosi con la lettera di messa in mora. Il ministero dell’Economia aveva due mesi per rimediare e ha bruciato i tempi proponendo la modifica in quaranta giorni.
Ad oggi trapela ottimismo perché di solito, almeno in questi casi, i governi non si espongono senza prima aver trovato un accordo con Bruxelles. Quindi l’emendamento all’esame del Senato potrebbe ben essere frutto del dialogo portato avanti anche nelle ultime settimane dal ministro Giancarlo Giorgetti.
Tra qualche giorno il quadro sarà più chiaro ma è già possibile trarre alcune conclusioni. Con un’altra procedura d’infrazione ancora aperta, quella per deficit eccessivo, l’Italia ha preferito non andare allo scontro con l’Ue sperando in primavera di ritrovarsi le mani più libere sui conti pubblici. La Commissione invece è riuscita a mandare un messaggio anche alle altre capitali europee, soprattutto Berlino.
Perché se è vero che la messa in mora di Roma era sull’intera legge sul golden power, è altrettanto chiaro che Bruxelles non si sarebbe spinta così oltre senza la vicenda Unicredit-Bpm. L’Ue vuole stimolare le fusioni bancarie, anche transfrontaliere per creare campioni europei in grado di fronteggiare i rivali cinesi e americani. E dopo la procedura d’infrazione aperta contro l’Italia (e prima ancora contro la Spagna per il caso Bbva-Sabadel) sarà più difficile per la Germania intralciare le mosse di Orcel su Commerzbank.
Risiko che di conseguenza è libero di ripartire con minori ostacoli (quelli politici) anche in Italia, dove Unicredit potrebbe di nuovo mettere nel mirino Banco Bpm nonostante le ripetute smentite del suo amministratore delegato. Certo, Bruxelles farebbe meglio ad accelerare il passo in futuro per evitare di intervenire quando le operazioni sono già saltate sul mercato. Ma il segnale è arrivato comunque forte e chiaro agli Stati membri: d’ora in poi sarà meglio pensarci due volte prima di ostacolare l’unione bancaria. (riproduzione riservata)