Foodinho (gruppo Glovo) finisce sotto un amministratore giudiziario per caporalato. Il pm di Milano Paolo Storari ha infatti disposto d’urgenza un controllo giudiziario per la società di delivery, controllata dal colosso spagnolo Glovo, con la nomina di un amministratore giudiziario.
Secondo gli accertamenti, ai rider - 40 mila in tutta Italia - sarebbero state corrisposte paghe «sotto la soglia di povertà». Il decreto di controllo giudiziario urgente, emesso dalla Direzione distrettuale antimafia, è stato eseguito dai militari del Gruppo Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Milano.
Lo «sfruttamento» va avanti «da anni ai danni di numerosissimi lavoratori» che «percepiscono retribuzioni [...] sotto la soglia di povertà», scrive nel decreto il pm Storari, lo stesso magistrato che ha coordinato le indagini per caporalato nelle filiere della moda italiana, coinvolgendo 13 brand.
L'amministratore di diritto di Foodinho risulta indagato per caporalato, spiega una nota, «poiché avrebbe impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori». In particolare, la società avrebbe corrisposto ai rider, circa 2.000 a Milano e 40.000 in tutta Italia, «una retribuzione (in alcuni casi inferiore fino al 77% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,6% rispetto alla contrattazione collettiva) non proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro e palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali».
Anche la Foodinho-Glovo risulta indagata per responsabilità amministrative degli enti poiché l’ad «avrebbe commesso il delitto di caporalato nell'interesse e a vantaggio della propria azienda, adottando un modello organizzativo palesemente contrario al principio di legalità, inidoneo a prevenire situazioni di sfruttamento lavorativo al fine di trarne profitto economico».
La Procura, riassumendo le testimonianze raccolte, spiega che i rider sono connessi all’app «in media 8-12 ore al giorno» con «pause brevi». In più, i costi legati all’uso delle bici sono a loro carico. La «piattaforma» di Glovo, si legge negli atti, «governa l’allocazione del lavoro» e incide sulle paghe attraverso «parametri di performance» come «accettazione, puntualità, disponibilità» nelle consegne.
Glovo «mi chiama e mi dice di velocizzare», racconta un rider in una deposizione. «Sono controllato tramite gps e Glovo può vedere se mi fermo», rivela un altro lavoratore. Un altro ancora riferisce di effettuare «una ventina di consegne» al giorno «percorrendo tra i 50 e i 60 chilometri».
Le criticità delle condizioni di lavoro dei rider erano emerse anche un paio di giorni fa in un’indagine presentata dalla Nidil Cgil ed effettuata tramite un questionario di 41 domande in quattro lingue (italiano, inglese, francese e urdu), somministrato a circa 500 lavoratori. Il dossier segnala compensi tra i 2 e 4 euro lordi a consegna, circa 10 ore quotidiane di lavoro per sei o sette giorni a settimana, in mezzo al traffico, sotto la pioggia e con il caldo.
Nel campione della Cgil oltre la metà dei rider lavora per più piattaforme (55%). Tra gli autonomi prevalgono Glovo (67,4%) e Deliveroo (70,7%). Una parte lavora anche con Just Eat (13,9%) che invece impiega i rider con contratto subordinato e, in questi casi, l’attività su Glovo o Deliveroo viene spesso svolta come secondo o terzo lavoro.
Poi c’è il capitolo costi. La maggior parte dei ciclofattorini (66%) percorre oltre 40 chilometri al giorno con spese per carburante, manutenzione, e telefono spesso superiori a 200 euro al mese. (riproduzione riservata)