Avvocati di grido che lasciano i loro studi legali, colossi industriali di grande nome che cambiano dopo anni assistenza legale, manifestazioni per strada davanti a studi famosi che hanno siglato un accordo con l’amministrazione Trump. Il mondo legale americano dei primi mesi del Trump 2 sembra alle prese con una mezza rivoluzione, che ha effetti anche sull’immagine pubblica dei singoli studi. E registra uno scontro non pubblico, ma quasi sottinteso, fra nove grossi studi da una parte e quattro dall’altra: i primi hanno fatto un compromesso con l’amministrazione Trump e gli altri ne hanno denunciato le decisioni.
A questo si aggiunge …quasi un miliardo di dollari, o meglio 940 milioni di dollari. Questo è l’ammontare complessivo di servizi legali pro-bono, forniti a titolo gratuito, che nove grossi studi legali americani si sono impegnati a fornire a favore di temi e clienti suggeriti o approvati dall’amministrazione Trump. Al di là del considerevole ammontare, però, non è chiaro che servizi gli studi legali in questione possano o debbano offrire e chi eventualmente debba approvare il loro operato. Si parla, per esempio, di assistenza legale per veterani di guerra o in casi legati alla lotta all’antisemitismo, ma anche di temi più politici come l’assistenza legale relativa all’apertura di nuove miniere di carbone o alla gestione di quelle esistenti o in casi che riguardano presunti abusi delle forze dell’ordine.
Trump ha minacciato con una serie di decreti presidenziali di bloccare le credenziali agli avvocati degli studi in questione, e con questo l’accesso a edifici e strutture federali, di fatto rendendo impossibile rappresentare i clienti di fronte a organismi federali. A questo si è aggiunto il blocco dell’accesso a documenti ed edifici pubblici nei confronti di singoli avvocati, spesso molto noti e attivi in casi che li hanno visti confrontare in tribunale l’amministrazione Trump.
Non sono finora chiari i termini del lavoro pro-bono e se esista un contratto specifico fra gli studi legali e l’amministrazione Trump. Di certo gli accordi, in alcuni casi solo verbali, siglati da veri colossi del mondo legale come Paul Weiss Rifkind Wharton & Garrison (2 miliardi di dollari di fatturato lo scorso anno), Skadden Arps, Wilkie Farr & Gallagher,, Millbank, Cadwalader, Kirkland & Ellis (un colosso da 9 miliardi di dollari di fatturato nel 2024), Latham & Watkins, Simpson Thacher & Bartlett, e A&O Shearman sono solo un passaggio delicato del rapporto fra l’amministrazione Trump e il mondo legale. A venti studi in precedenza era stato chiesto formalmente di descrivere l’attività svolta sul fronte delle cause di lavoro legate alla diversità e alla parità di genere. Ma di questa vicenda non sono ancora noti eventuali sviluppi.
Quattro studi – Parkins Coie, Jenner & Brock, Wilmer Hale and Susman Godfrey – hanno denunciato l’incostituzionalità del decreto presidenziale e i primi tre hanno vinto in tribunale, mentre la quarta ha ottenuto un blocco del decreto nei suoi confronti. Altri studi legali, anche grossi, non hanno reagito in modo formale né accordandosi con la Casa Bianca né contestando l’ordine esecutivo. In mezzo ci sono anche i tanti studi non coinvolti nell’accordo, ma che hanno ridotto l’attività pro-bono – come quella dell’assistenza agli immigrati – che possano mettere a rischio il rapporto con l’amministrazione Trump.
Nel frattempo studi come Paul Weiss, noto per aver sostenuto negli anni molte cause vicine ai democratici, registrano defezioni importanti e contestazioni da parte di ex-dipendenti e familiari dei fondatori che si sentono traditi dall’accordo. Brad Karp, che guida lo studio, ha sostenuto che «lo studio era alle prese con una crisi esistenziale» e che «l’ordine esecutivo (del presidente, ndr) avrebbe potuto distruggerci».
Karp temeva di perdere clienti e legali se non avesse siglato l’accordo e ha dichiarato di aver agito soprattutto nell’interesse dei duemila dipendenti del gruppo. E invece il Wall Street Journal ha già riferito di 11 grossi clienti del calibro di Oracle, Morgan Stanley e McDonald che hanno lasciato uno dei nove studi che hanno firmato l’accordo con la Casa Bianca, che intendono farlo o che hanno assegnato a studi non coinvolti nella vicenda nuove cause da gestire. A questo si aggiungono molte liti interne ai grossi studi coinvolti e molte defezioni di giovani legali degli stessi delusi dal compromesso annunciato.
Damian Williams, ex procuratore distrettuale a Manhattan, ha lasciato Paul Weiss dopo solo cinque mesi per passare a Jenner & Block, ovvero uno degli studi che hanno portato Trump in tribunale per il suo ordine esecutivo. E per ora non ha presentato appello contro il verdetto a lui contrario. Prima di lui hanno lasciato Jeh Johnson, ex segretario della Sicurezza interna, e il capo dell’attività pro-bono dello studio Steven Banks, mentre quattro altri legali guidati da Karen Dunn (che in un primo tempo era sembrata favorevole all’accordo) hanno annunciato che creeranno un nuovo studio legale.
Naturalmente sul versante opposto ci sono studi considerati vicini all’amministrazione come Sullivan & Cromwell. Il suo co-chair Robert Giuffra rappresenta Donald Trump in due grosse cause in corso nei suoi confronti. E sarebbe intervenuto, ma il condizionale è d’obbligo, per far trovare l’accordo fra lo studio Paul Weiss e la Casa Bianca. (riproduzione riservata)