Un patto tra informazione e imprese, che consenta alla prima di esistere e sopravvivere alla crisi dell’editoria e alle seconde di assumere il ruolo di mecenati della contemporaneità. È questo il quadro emerso dalla seconda edizione del Brand Journalism Festival, promosso da Social Reporters. L’evento, intitolato «Oltre la polarizzazione: un nuovo patto tra informazione e impresa», ha riunito media, aziende e istituzioni per riflettere insieme sul futuro dell’informazione.
L’evento – ospitato al Talent Garden di Roma lo scorso 11 novembre – ha registrato oltre 200 presenze in sala e più di 500 adesioni complessive, segno di un interesse concreto verso un approccio più etico e dialogico alla comunicazione.
Durante la giornata Unipol ha presentato i dati dell’Osservatorio GenerationShip 2025, condotto da Kkienn Connecting People & Companies per il gruppo. Il report dipinge una generazione under 40 che si informa quasi esclusivamente online: l’80% utilizza social come Instagram (79%), YouTube (43%), TikTok (40%) e persino Facebook (41%).
Questi giovani sono però sotto pressione: il 53% dichiara di sentirsi sopraffatto dal flusso informativo, mentre il 45% tende ad allontanarsi dalle notizie. Nonostante ciò, emergono segnali positivi: il 69% verifica le fonti e il 61% confronta più testate.
Allo stesso tempo, la consapevolezza digitale ha ancora margini di miglioramento: solo il 44% conosce i deepfake e nemmeno il 40% comprende appieno cosa siano. Valori come trasparenza, autenticità e sostenibilità sono diventati criteri fondamentali per valutare la credibilità di un brand, secondo lo studio.
Durante il Festival è stata presentata anche l’indagine “Politica e comunicazione al tempo del Fact-Checking”, realizzata da Ipsos in collaborazione con il Brand Journalism Festival. Ne emerge un quadro complesso: il 64% degli italiani dichiara che negli ultimi cinque anni la fiducia nelle fonti di informazione è diminuita; il 55% ritiene che le notizie siano spesso distorte intenzionalmente per influenzare il pubblico; il 41% degli appartenenti alla Generazione Z ammette di sentirsi a disagio a confrontarsi su temi politici con chi la pensa diversamente.
«Gli italiani rimangono chiusi nelle loro bolle informative - dice Andrea Scavo, Direttore Public Affairs di Ipsos - Addirittura il 41% della generazione Z si sente a disagio nel confrontarsi con chi ha opinioni differenti dalle proprie. Inoltre, quando si tratta di informazione gli italiani riconoscono che l’attendibilità risponde ancora a una logica di competenze, di dati che vengono da fonti ufficiali e riconosciute». Questo dà senso all’idea di un «nuovo patto»: non è solo collaborazione, ma una responsabilità verso la società civile.
Un tema ricorrente è stato il ruolo complementare tra media tradizionali e “new media”. Secondo Fernando Vacarini, head of media relations di Unipol, per parlare ai giovani serve farlo nel loro linguaggio. Ed è per questo che la contaminazione con i new media rimane fondamentale. Eppure, i giornali restano fondamentali anche per le generazioni più giovani.
«Una piccola parte della popolazione under 35 legge i giornali, circa l’11% - spiega Vacarini -. Però quei pochi tendono a farlo in maniera molto più approfondita. I giovani, infatti sono molto confusi, non sanno discernere notizie vere da fake news e per questo, per capirne di più, si rivolgono ai legacy media per cercare conferme. Temo che il vero problema sia una costituzione dei giornali troppo polarizzata e questo non favorisce il dialogo».
Questo passaggio è cruciale: non si tratta di demonizzare i media “vecchi”, ma di ripensarne il linguaggio e il rapporto con il pubblico. Numeri e affermazioni che devono far riflettere e che sono stati oggetto anche del primo dei panel dell’evento. Condotto da Silvia Zucco, direttore generale Agenzia di stampa Dire, questo primo tavolo di riflessione ha ospitato esponenti di vecchi e nuovi media, come testimonia la presenza di Bianca Arrighini, ceo e co-founder di Factanza, il progetto giornalistico social native che oggi, diventata ormai una media company, conta su diverse piattaforme una community di oltre 1 milione di persone. Accanto a lei, lo stesso Vacarini, Michele Rillo, chief of staff and external Affairs Director di iliad e Davide Calvi, digital communication manager di Edison.
E ancora l’alleanza e il dialogo tra attori dell’informazione, istituzioni e brand è stato il tema dell’ultimo dei panel della giornata, che ha visto tra i suoi speaker Class Editori e alcuni rappresentanti del digital content team nato per valorizzare l’esperienza e l’autorevolezza delle testate giornalistiche del gruppo sulle piattaforme social con cui raggiungere un pubblico generazionalmente più giovane. Un panel, moderato da Lavinia Spingardi, volto di SkyTg24, che ha avuto ospiti Carlo Corazza, direttore dell'Ufficio del Parlamento europeo in Italia, Alessandra Marino, capo Ufficio Stampa della European Commission in Italia, Diego De Felice, direttore della comunicazione dell'INPS e Federica Magistro, co-founder e head of communication di Rassy, un'agenzia di social media journalism che aiuta le aziende e gli editori a costruire un pubblico sui social media attraverso tecniche di giornalismo digitale.
Per Ilario Vallifuoco, curatore e fondatore del festival, il Brand Journalism non è solo uno strumento di marketing, ma un atto culturale di responsabilità: «Il Festival è un laboratorio di idee, un ecosistema di menti che interagiscono con l’obiettivo di superare la polarizzazione e restituire valore a un racconto autentico con impatti reali». L’idea è che le imprese non raccontino solo se stesse, ma il contesto sociale, i valori collettivi, le sfide contemporanee. Dalle interviste, i confronti e i panel è emerso che il dialogo iniziato al Festival non resterà episodico, ma diventerà un laboratorio permanente, un ecosistema che continui a mettere in connessione media, aziende e istituzioni. (riproduzione riservata)