A 20 anni dalla scomparsa del banchiere torna in libreria «Cuccia e il segreto di Mediobanca», il saggio che Giorgio La Malfa ha dedicato a Enrico Cuccia, fondatore e dominus della merchant bank milanese. Una nuova edizione aggiornata alla luce di nuovi documenti e giustificata dalle vicende di attualità degli ultimi mesi. Milano Finanza l’ha letta in anteprima.
L’obiettivo di La Malfa – che nelle sue trasferte a Milano usa ancora lo studio del banchiere – non è scrivere una storia della banca ma tracciare un ritratto di Cuccia restituendone l’originalità del pensiero. Il cuore del libro è nella volontà di smontare le semplificazioni che hanno trasformato il banchiere siciliano in un burattinaio del potere economico. Con uno stile asciutto l’autore percorre la traiettoria professionale di Cuccia, dalla formazione nella Roma liberale degli anni ‘20 al ritorno in Italia dopo le esperienze all’estero, tra Parigi e Londra, passando per Banca d’Italia e Iri. Al centro del racconto c’è la nascita di Mediobanca: concepita nel 1944 da Raffaele Mattioli e da Cuccia come istituto per il credito a medio termine necessario alla ricostruzione del Dopoguerra.
Sono proprio le pagine dedicate alla nascita dell’istituto - e qui il libro si arricchisce di fonti d’archivio e nuovi dettagli emersi dopo la prima edizione - a offrire gli spunti più interessanti. L’autore ricostruisce le tensioni tra Cuccia, Mattioli e i vertici della Banca d’Italia. In particolare, Luigi Einaudi e Donato Menichella si mostrarono inizialmente contrari al progetto Unionbanca (questo il nome originario), temendo un ritorno alla logica della banca mista e una proliferazione di enti simili, difficilmente governabili. A preoccupare i custodi dell’ortodossia monetaria era l’idea che il nuovo istituto finisse per sfuggire al controllo pubblico diretto, in un settore, quello del credito a medio termine, considerato strategico.
Un passaggio rivelatore è l’emergere - attraverso nuovi documenti dell’archivio Iri - della contrarietà di Menichella, che nel 1944 invitava a non procedere con la nascita di Mediobanca preferendo che l’Imi rimanesse l’unico istituto per il credito a medio termine.
Non meno interessante è il confronto tra l’impostazione privatistica di Mediobanca e l’orientamento dirigista e statalista dell’Italia del Dopoguerra. Nei documenti citati - tra cui una lettera di Cuccia a Menichella del 1948 - emerge la visione di Mediobanca come istituto non sussidiato, senza garanzie pubbliche, pensato per operare secondo criteri di efficienza economica e non come strumento di politiche industriali.
Al di là delle ricostruzioni storiche, «Cuccia e il segreto di Mediobanca» non nasconde le critiche mosse a Cuccia - quella più frequente è l’aver bloccato la contendibilità del sistema economico italiano sostenendo i «noccioli duri» - ma invita a contestualizzarle. In un’Italia priva di un mercato finanziario maturo, di fondi pensione e di investitori istituzionali, difendere nuclei stabili significava proteggere aziende e patrimoni industriali. In questo senso il riferimento all’attualità è diretto.
Non solo per la cronaca - che vede in questi ultimi mesi un nuovo tentativo di conquista dell’istituto - ma per la riflessione che il libro propone sull’autonomia della finanza rispetto alla politica, sulla legittimità del potere economico e sulla fatica di costruire istituzioni durature in un Paese che dimentica facilmente. La figura di Cuccia, con la sua riservatezza e il suo rigore metodico, resta un’anomalia nella storia d’Italia. E leggere «Cuccia e il segreto di Mediobanca» significa interrogarsi su che fine ha fatto, dopo 25 anni, la sua eredità. (riproduzione riservata)