Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, prova a mettere un argine alla corsa europea sul riarmo e, soprattutto, a delimitare il perimetro finanziario entro cui l’Italia potrà muoversi nei prossimi mesi. Da un lato la pressione della Nato e degli alleati per aumentare la spesa militare, dall’altro il ritorno del fiscal drag nel dibattito interno e i vincoli del nuovo Patto di stabilità. In mezzo, il tentativo del Tesoro di evitare che la difesa travolga i margini di bilancio destinati a famiglie e imprese.
Nelle risposte fornite mercoledì 13 maggio alla Camera durante il question time, il titolare del Mef ha chiarito che il governo non intende accelerare sulle spese militari senza prima ottenere da Bruxelles maggiori margini di flessibilità. «Il quantum del graduale incremento della spesa», al netto degli accordi presi in sede Nato, sarà valutato soltanto nel prossimo documento programmatico d’autunno, alla luce del quadro di finanza pubblica e delle trattative con la Commissione europea.
Il punto politico più rilevante è però un altro: per il ministro la priorità resta il caro energia. Giorgetti ha spiegato che il governo sta conducendo «un serrato dialogo con la Commissione europea per ottenere maggiore flessibilità di bilancio» e finanziare misure a sostegno di famiglie e imprese colpite dagli shock energetici. Solo successivamente, e «in base alle decisioni dell’Europa», potrà essere valutata l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per aumentare anche le spese per la difesa.
Anche perché il nuovo quadro europeo impone già all’Italia un sentiero stretto di rientro del deficit. Da qui anche il passaggio più netto sullo strumento Safe, il fondo europeo da 150 miliardi creato per sostenere gli investimenti militari comuni. All’Italia è stata assegnata una capacità di finanziamento pari a 14,9 miliardi tra il 2026 e il 2030. Ma Giorgetti ha voluto chiarire che non si tratta di nuove risorse gratuite.
«Safe è e resta un sistema di finanziamento non certo a costo zero», ha detto il ministro, spiegando che si tratta comunque di prestiti da restituire, seppur con tempi più lunghi e tassi più favorevoli. Il dettaglio più significativo riguarda però la struttura dei programmi italiani: «La quasi totalità» delle spese che Roma intende finanziare attraverso il meccanismo europeo «riguarda contratti già esistenti», programmi approvati da tempo e già inclusi nel quadro di finanza pubblica.
Parallelamente, il ministro è stato interpellato sulla possibile introduzione di un meccanismo che contenga il cosiddetto fiscal drag. Giorgetti, in risposta, ha rivendicato i 21 miliardi strutturali destinati al taglio del cuneo fiscale e ha sostenuto che le misure adottate «hanno più che compensato» il drenaggio fiscale accumulato tra il 2021 e il 2024. A sostegno della tesi, il Tesoro cita i nuovi dati Istat, secondo cui le riforme fiscali avrebbero prodotto un beneficio medio di circa 40 euro per contribuente. «L’attenzione del governo resta vigile e sarà colta ogni opportunità per ulteriormente implementare le misure fin qui adottate con interventi a sostegno di famiglie e imprese mirati prioritariamente alle platee più esposte nel rispetto dei saldi di finanza pubblica». (riproduzione riservata)