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ph. Dick Thomas Johnson, via Flickr
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Giappone, lo yen può recuperare sul dollaro se la Fed taglia i tassi

di Guido Salerno Aletta
24 maggio 2024, 20:00

Per lo yen è cruciale una decisione sui tassi di interesse, tra il ribasso di quelli americani e il rialzo di quelli giapponesi. Un taglio dei tassi Fed ridurrebbe la convenienza a impiegare i capitali giapponesi sul dollaro e quindi il deflusso di capitali che deprime lo yen ed enfatizza il costo delle importazioni | Un debito/Pil del 286% contro il 140%: ma il Giappone non rischia come l’Italia

La caduta del pil giapponese nel primo trimestre di quest’anno, stimata al -0,5% rispetto all’ultimo trimestre del 2023, ha reso ancora più drammatico il dato relativo allo scivolamento continuo registrato dal cambio dello yen sul dollaro, che ad aprile è arrivato a toccare quota 160, il livello più basso da 34 anni a questa parte, con una svalutazione del 15% rispetto all’anno precedente: questi andamenti, combinati tra loro, mettono a dura prova l’eterodossia finanziaria del Giappone, l’unico Paese del G7 che non ha cercato di contrastare l’inflazione dei prezzi, prima all’importazione e poi al consumo, aumentando i tassi di interesse.

Il Giappone può monetizzare il debito

Rispetto alla violenta stretta decisa prima dalla Fed e poi dalla Bce, in Giappone i tassi di interesse a lungo termine sono rimasti virtualmente a zero per dare seguito al paradigma di politica economica e finanziaria che va sotto il nome di Abenomics, in base al quale la Bank of Japan (BoJ) si fa carico dell’acquisto del debito pubblico che viene via via emesso, sgravando così di ogni onere per interessi il bilancio dello Stato. L’abbattimento della rendita sul debito pubblico e la detenzione di questo da parte della BoJ, un vero e proprio scisma rispetto all’ortodossia della costituzione monetaria cristallizzata nel Trattato di Maastricht, hanno reso fin qui sostenibile un assetto di finanza pubblica che altrove avrebbe comportato enormi difficoltà di accedere ai mercati finanziari, costi enormi in termini di interessi per il bilancio dello Stato, e inevitabilmente il default.

Se manca il paracadute dell’avanzo commerciale 

Gli elevati tassi di interesse sul dollaro che sono stati decisi dalla Fed, e la tendenza al rafforzamento del dollaro che ne è conseguita, hanno reso vieppiù conveniente gli impieghi dei capitali giapponesi nella valuta statunitense, enfatizzando il tradizionale carry trade tra le due sponde del Pacifico che in questa congiuntura non ha avuto più come bilanciamento la tendenziale rivalutazione della moneta giapponese rispetto a quella statunitense che in passato era sostenuta dall’avanzo commerciale strutturale di Tokyo: stavolta, infatti, i movimenti di capitali giapponesi verso il dollaro hanno indotto la svalutazione dello yen, che ha comportato un aumento del valore nominale delle importazioni non compensato da un analogo incremento percentuale delle esportazioni. Le esportazioni verso i mercati europei hanno registrato un calo nominale del 2%, mentre sono aumentate dell’8,8% quelle verso gli Usa e del 9,6% quelle verso la Cina. In termini reali, però, ad aprile le esportazioni giapponesi sono diminuite del 3,2% rispetto all’anno precedente, confermando il trend negativo iniziato a gennaio.

La maggiore dinamica delle importazioni nominali non ha solo fatto rovesciare il segno del saldo commerciale, che è passato dall’avanzo di 387 miliardi di yen registrato ad aprile dell’anno scorso, al deficit di 462 miliardi di quest’anno, ma ha influito negativamente sulla crescita del prodotto per via della riduzione dei consumi reali delle famiglie dovuta all’inflazione.

Il Nikkei tra Fed, Boj e risparmio giapponese

Le preoccupazioni così sopraggiunte circa le prospettive dell’economia giapponese, in termini di crescita economica, di andamento dell’inflazione fin qui enfatizzata dalla svalutazione dello yen e di ritorno al tradizionale surplus commerciale, si sono riflesse sull’andamento del Nikkei: rispetto a un andamento dell’indice, sempre compreso tra i 31.000 punti del maggio 2023 e i 33.000 di dicembre, l’ottimismo dell’inizio di quest’anno aveva determinato uno strappo verso l’alto, che nel mese di marzo lo aveva portato a superare seppure di poco i 40.000 punti.

Da allora, il Nikkei ha registrato dapprima un andamento in forte discesa e poi un clima di incertezza: per la stabilizzazione dello yen diviene comunque cruciale una decisione sui tassi di interesse, nell’alternativa esistenziale tra il ribasso di quelli americani e il rialzo di quelli giapponesi. Mentre un ribasso dei tassi americani, che rientrerebbe a pieno in una dinamica congiunturale di controllo dell’inflazione, ridurrebbe la convenienza a impiegare i capitali giapponesi sul dollaro e quindi il deflusso di capitali che deprime lo yen ed enfatizza conseguentemente il costo delle importazioni, un aumento dei tassi giapponesi metterebbe in discussione un assetto estremamente più complesso in termini di sostenibilità del debito pubblico. Rimettere in discussione l’architettura dell’Abenomics sarebbe dirompente e per questo la BoJ sembra più propensa a intervenire senza clamore sul mercato valutario, cedendo dollari delle riserve per evitare lo scivolamento dello yen finché la Fed non ridurrà i tassi.

T-bond meno appetibili se la Fed taglia

D’altra parte, la più volte prospettata riduzione dei tassi da parte della Fed influirebbe anche sull’appetibilità dei titoli del Tesoro statunitense (i T-bond) da parte degli investitori stranieri, che nel corso degli ultimi dodici mesi si sono mostrati assai attenti alle dinamiche del debito americano, sempre più elevato: i 7.656 miliardi di dollari che a fine gennaio del 2023 risultavano detenuti da non residenti, dopo un anno si sono ridotti a 7.403 miliardi, con una contrazione complessiva di 253 miliardi, di cui ben 195 miliardi riferiti agli investitori giapponesi che hanno ridotto le proprie detenzioni da 1.300 a 1.105 miliardi, e di 175 miliardi riferiti agli investitori cinesi che hanno ridotto le proprie detenzioni da 1.034 a 859 miliardi. I due principali Paesi investitori in Treasury hanno, per motivi diversi, fatto il passo del gambero.

Se, già da anni, il Giappone ha dovuto procedere a un vero e proprio scisma nel sistema finanziario al fine di assicurare la sostenibilità del suo colossale debito pubblico senza ricorrere al mercato, un assetto da cui non può più tornare indietro, di recente anche gli altissimi tassi di interesse sui titoli federali americani non sembrano aver pienamente convinto gli investitori stranieri, nonostante la Tripla A dell’emittente: ma se a Tokyo, il premier Fumio Kishida e la BoJ guidata da Kazuo Ueda hanno potuto fare dell’abbattimento della rendita sul debito pubblico una sorta di vessillo della sovranità dello Stato sui mercati, a meno di una nuova crisi finanziaria devastante come quella del 2008, il Tesoro americano e la Fed non potranno correre a sostegno del debito federale perché così facendo distruggerebbero, e senza rimedio, la fiducia internazionale nella forza del dollaro. (riproduzione riservata)



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