Le azioni giapponesi scendono giovedì 10 luglio, penalizzate dall’incertezza sulle relazioni commerciali con Washington. L’indice Nikkei 225 perde lo 0,7% alle ore 7:40 italiane, annullando i guadagni della seduta precedente. Nel frattempo, le borse cinesi salgono: Hong Kong dello 0,4% e Shanghai dello 0,66%, mentre i futures sul Nasdaq si muovono in calo dello 0,3%.
Il clima si è appesantito dopo l’annuncio del presidente Donald Trump di dazi del 25% sui beni giapponesi, in vigore dal 1° agosto, escludendo qualsiasi proroga. Il premier Shigeru Ishiba ha definito la decisione «davvero deplorevole», ma ha confermato la volontà di proseguire il dialogo per raggiungere un’intesa vantaggiosa per entrambe le parti.
Secondo gli economisti, i nuovi dazi potrebbero costare al Giappone lo 0,8% del Pil nel 2025 e fino all’1,9% cumulato entro il 2029.
I futures sul rame scambiato negli Usa si sono mantenuti giovedì attorno a 5,60 dollari per libbra, ai massimi storici, dopo che Trump ha confermato l’entrata in vigore del dazio del 50% sulle importazioni a partire dal 1° agosto. La decisione arriva al termine di una revisione sulla sicurezza nazionale.
In un post su Truth, Trump ha sottolineato l’importanza strategica del rame, definendolo il secondo materiale più utilizzato dal Dipartimento della Difesa. Tra le applicazioni chiave citate: semiconduttori, aerospaziale, munizioni, data center, batterie al litio, radar, difesa missilistica e armi ipersoniche.
L'annuncio ha fatto impennare il premio dei futures Usa sul rame rispetto a quelli della London Metal Exchange (Lme) fino a un record del 25%, segno che le scorte domestiche stanno diminuendo rapidamente. Da febbraio, infatti, i trader hanno incrementato le spedizioni verso gli Usa in previsione dei dazi su metalli di base.
Le minute della riunione di giugno del Federal Open Market Committee (Fomc) indicano che la maggior parte dei membri della Fed ritiene probabile un taglio dei tassi nel corso dell’anno, pur riconoscendo che le pressioni inflazionistiche legate ai dazi potrebbero essere temporanee o modeste.
Alcuni funzionari hanno suggerito che una riduzione potrebbe arrivare già nella prossima riunione, mentre altri hanno raccomandato di non intervenire prima del 2026, in attesa di segnali più chiari da inflazione, economia reale e mercato del lavoro. (riproduzione riservata)