«Inondate le urne e fate di noi la prima forza politica della Germania», ha tuonato Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland al recente congresso del suo partito. A sei settimane dalle elezioni politiche generali che consacreranno i nuovi equilibri politici tedeschi, l’estrema destra neonazista di AfD ha il vento in poppa. I successi ottenuti nell’Est del Paese, l’inaspettato sostegno di Elon Musk a Weidel e la straripante vittoria del super populista nazionalista Herbert Kikl in Austria hanno portato AfD al 22% nei sondaggi, secondo posto a otto punti dai democristiani della Cdu.
Il cavallo di battaglia che spiega questi numeri si condensa in una parola: reimmigrazione, ovvero espulsione di massa degli immigrati clandestini. Per il resto il programma di AfD è tutto un tornare indietro come se per uscire dalla crisi bastasse rimettere in piedi il mondo di prima che era stato causa della crisi stessa. Dunque: ritorno al nucleare, riattivazione delle centrali a carbone, drastico taglio delle tasse sui redditi medio alti, riapertura del gasdotto Nord Stream per la fornitura del gas dalla Russia e riallaccio dei rapporti con Mosca.
Questa «restaurazione» placa l’insoddisfazione miope di una parte degli elettori. Ma non basta per vincere e riportare i nostalgici del nazionalsocialismo al potere. Il dopoguerra tedesco è stato segnato da una intensa coltivazione della cultura della memoria dei misfatti del nazionalsocialismo. Chi gira per Berlino incontra molti segnali di condanna del passato regime nazionalsocialista, monumenti, piazze, manifesti. È questa eredità culturale che pochi mesi fa ha portato un milione di cittadini a sfilare contro AfD dopo la rivelazione che quel partito aveva segretamente studiato un piano di deportazione di clandestini. E sono gli stessi motivi che un anno fa hanno scatenato le proteste contro la costruzione da parte di Musk di una fabbrica di auto Tesla nel paese di Grundheide vicino a Berlino. Lo stesso Musk che ora appoggia la candidatura di Alice Weidel alla cancelleria.
E allora la lancetta delle previsioni torna a guardare a un'altra destra, quella della Cdu accreditata del 30% nei sondaggi. La Cdu che fu di Angela Merkel e Helmut Kohl. Il suo leader, Friedrich Merz, non è abbastanza carismatico ma il programma del partito ruota attorno a un’Agenda 2030 che sulla falsariga di quella che fece ripartire la Germania nel 2005 punta a realizzare una crescita del 2% all’anno basata su ampie riduzioni di tasse sulle persone fisiche e sulle società con un impatto di 54 miliardi, incentivi per evitare che gli Usa di Trump drenino investimenti tedeschi.
A meno di un travolgente successo al momento non prevedibile di AfD, dunque, i radar della politica tedesca finiranno inevitabilmente per guardare a una nuova Grande Coalizione tra Cdu e Spd che con il 16-17% previsto nei sondaggi potrebbe garantire, unita al 30% della Cdu, una sufficiente maggioranza di seggi al Bundestag. (riproduzione riservata)