Il vero «dividend day» sarà il 19 maggio, quando oltre la metà delle società del Ftse Mib staccherà la cedola. Tuttavia, un primo assaggio è arrivato il 22 aprile con i dividendi (in pagamento il 24 aprile) di sette blue chip: Unicredit, Stellantis, Mediolanum, Ferrari, Prysmian, Iveco e Campari. La prima tornata di remunerazione dei soci ha avuto un peso di più di 7,3 miliardi di euro sull’indice di riferimento.
«Unicredit da sola conta per più della metà dell’intero ammontare, con una distribuzione di 3,7 miliardi, seguita da Stellantis con 1,96 miliardi», sottolinea Gabriel Debach, market analyst di Etoro. «Nell’ultimo anno il Ftse Mib ha guadagnato il 7%. Ma considerando gli aggiustamenti per i dividendi, il rendimento effettivo sale al 12,9%. Su un orizzonte di cinque anni la differenza si allarga: +110% per l’indice semplice, +159% per quello che include le cedole. In un mercato ad alto payout come quello italiano, il dividendo non è un dettaglio. Senza cedole, metà del rally sparisce».
Tra chi ha staccato la cedola solo Stellantis ha tagliato la remunerazione agli azionisti rispetto a un anno fa. La riduzione è del 56% e segue un calo ancora più profondo degli utili della casa automobilistica: -70% nel 2024. «La dinamica richiama quella di Stm, fuori dalla lista odierna ma rappresentativa dello stesso contesto: dividendo rivisto al ribasso (-6%) dopo un crollo dei profitti del 63%», osserva Debach.
Cedola più sostanziosa, invece, per i soci di cinque delle sei blu chip rimanenti e invariata per quelli di Campari. Il gruppo di bevande alcoliche ha confermato un dividendo di 0,065 euro per azione, che si traduce in un rendimento dell’1,14% (vedere tabella in pagina). Nel 2024 le vendite di Campari sono cresciute del 2,3% a 3 miliardi di euro, ma gli utili si sono attestati a 201,6 milioni con una discesa del 3,9% che però non ha inficiato il dividendo.
In termini assoluti le cedole più ricche sono quelle di Ferrari e Unicredit, anche se martedì la banca guidata da Andrea Orcel ha corrisposto solo un saldo di 1,48 euro. Il Cavallino, invece, ha portato il dividendo a quasi 2,9 euro per azione, anche se il rendimento totale, calcolato rapportando la remunerazione con il valore del titolo, si ferma allo 0,78%, complice il prezzo elevato delle azioni di Ferrari (390,7 euro alla chiusura di ieri).
Al contrario, per rendimento è Stellantis a staccare le altre sei con un 8,26% in cui si riflette la forte flessione del titolo che ha perso due terzi del valore in 12 mesi e ieri ha chiuso a 7,94 euro.
Un divario marcato tra le performance con e senza dividendi è tipico del Ftse Mib, ma anche di altri indici europei. «In Germania il Dax Total Return, lo standard di mercato, è cresciuto di circa il 19% nell’ultimo anno contro il 16% del Kursindex, la versione che esclude le cedole», aggiunge Debach. «Su cinque anni si parla di un +99,6% contro un +71,6%, quindi un sesto del rendimento tedesco arriva dai dividendi. In portafoglio fa la differenza».
Un’altra borsa «strutturalmente orientata al dividendo» è quella londinese, dove il Ftse 100 ha guadagnato oltre il 5% in 12 mesi ma, considerando anche le cedole, il rialzo sale verso il 9,5%.
Il discorso non può però essere esteso agli Stati Uniti. Oltre Oceano sono altre le dinamiche che muovono gli indici: «Il motore resta la crescita», conclude l’analista. «L’S&P 500 ha guadagnato circa il 3% nell’ultimo anno. Includendo i dividendi, si arriva al 4,4%. Su cinque anni si parla di un 81,8% contro 96,4%. Il contributo delle cedole è più contenuto», conclude l’analista. «Anche negli Stati Uniti il dividendo esiste, ma non sposta la narrativa. Finché i multipli reggono, basta così».(riproduzione riservata)