Come aveva garantito, Andrea Orcel ha tenuto le carte ben coperte sino all’ultimo sulla partita Generali. Solo mercoledì 23 il banchiere ha sciolto la riserva di fronte al cda di Unicredit, decidendo di schierare la banca al fianco di Francesco Gaetano Caltagirone e di Delfin nell’assemblea per il rinnovo del vertice del Leone.
La scelta non è stata decisiva per l’esito dell’assise, visto che il 6,7% di Piazza Gae Aulenti non è bastato a colmare lo scarto tra la lista di Mediobanca e gli sfidanti. Ha però un chiaro valore segnaletico e potrebbe avere effetti rilevanti non solo sulla governance della compagnia triestina ma anche sulla strategia della stessa Unicredit.
Sul mercato circolano diverse spiegazioni del voto espresso ieri dalla banca di piazza Gae Aulenti. Quella ufficiale mette nel mirino la strategia e gli assetti di controllo del Leone. Alla compagnia Orcel chiede un cambio di passo e una condivisione più ampia delle scelte tra management e grandi azionisti. Nel mirino del banchiere c’è soprattutto l’alleanza con la francese Natixis: non lo convince la scelta di scorporare un business strategico come l’asset management e il tipo di partner individuato.
Più in generale la compagnia avrebbe bisogno di scelte dinamiche che però oggi sarebbero ostacolate dagli assetti di governance e dal rapporto con il primo azionista Mediobanca, che andrebbero rivisitati. La modifica dello status quo, si ritiene in piazza Gae Aulenti, è peraltro in linea con quel ruolo di investitore finanziario che Unicredit intende continuare a giocare nella compagine azionaria delle Generali. La banca vuole che la propria quota, costruita tra la fine del 2024 e l’inizio di quest’anno, continui ad apprezzarsi in vista di una monetizzazione che potrebbe concretizzarsi solo nel medio-lungo termine.
Senza contare le sinergie industriali che potrebbero svilupparsi tra la stessa Unicredit e Generali. In una recente intervista al Corriere della Sera proprio il ceo del Leone Philippe Donnet ha menzionato le collaborazioni tra i due gruppi sul fronte assicurativo nell'Est Europa, ventilando la loro possibile estensione in altre aree geografiche.
Da Piazza Gae Aulenti insomma arriva un messaggio chiaro: il sostegno a Caltagirone è soltanto una scelta industriale e di mercato. Non vi è dubbio però che, schierando Unicredit al fianco dell'imprenditore romano e di Delfin Orcel abbia implicitamente avallato l’ambizioso riassetto dei poteri finanziari sostenuto dal governo. Al centro di questo disegno c’è la costruzione di un terzo polo del credito e soprattutto la scalata a Mediobanca da parte di Mps con inevitabili effetti a cascata sulle Generali.
Inizialmente Orcel si è mosso in direzione contraria rispetto a questi progetti e l’ops su Banco Bpm ha sottratto una pedina preziosa al risiko di Palazzo Chigi. Al punto che, almeno sino a ieri, i rapporti tra una larga compagine dell’esecutivo, a partire dalla Lega, e l’istituto di piazza Gae Aulenti non sono certo stati distesi. L’arma messa in campo da Roma per contrastare Unicredit è stata il Golden Power. Venerdì 18 il consiglio dei ministri ha vincolato l’offerta sul Banco a una draconiana lista di prescrizioni che spaziano dal credito alla presenza in Russia sino agli investimenti in titoli italiani.
A queste condizioni difficilmente l’operazione andrà avanti. Ma più della lettera di protesta inviata nei giorni scorsi, si mormora nella city milanese, potrebbe essere il voto espresso all’assemblea di ieri a condizionare l’esito della partita. La scelta di campo di Orcel potrebbe ammorbidire la linea dell’esecutivo facendo cadere alcuni dei rimedi imposti dal Golden Power. A quel punto, con l’offerta ai nastri di partenza, la strada per la conquista del Banco sarebbe spianata. Non solo. Nei prossimi mesi Palazzo Chigi potrebbe spendersi in favore di Unicredit nella scalata a Commerzbank, sinora accolta con freddezza. E, in un arco temporale più lungo, Roma potrebbe dare la sua benedizione a un rafforzamento della banca in Generali come partner finanziario e industriale della compagnia. Senza nulla togliere alle motivazioni industriali, è dunque difficile credere che il voto di ieri non abbia anche un valore politico e che Orcel non passerà presto all’incasso. (riproduzione riservata)