Philippe Donnet è pronto a chiamare di nuovo a raccolta i grandi investitori internazionali per incassare una conferma al vertice di Generali per il quarto mandato. L’appuntamento è per giovedì 24 aprile, quando a Trieste si riunirà l’assemblea che dovrà rinnovare il board. Anche questa volta, come era stato nel 2022 quando Donnet aveva vinto sulla lista presentata dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone che proponeva come ceo Luciano Cirinà, si prevede un’affluenza record.
Allora aveva partecipato poco più del 70% del capitale con il 55,9% dei votanti che aveva sostenuto Donnet, mentre la lista presentata da Caltagirone si era fermata al 41,73% (esprimendo tre dei 13 consiglieri). Quella Assogestioni, con l’1,93% dei voti, era rimasta senza rappresentanti.
In quell’occasione, l’ago della bilancia erano stati proprio i grandi investitori internazionali che non si erano allineati alla rosa di Assogestioni ma avevano espresso fiducia a Donnet, premiandolo per i risultati raggiunti: circa il 18-19% del capitale di Generali in mano ai grandi gestori si era schierato a favore del group ceo.
Questa volta la situazione è un po diversa. Prima di tutto perché non c’è una lista del board. A ricandidare il Donnet e il presidente Andrea Sironi è direttamente il socio Mediobanca, che ha il 13,1% delle azioni e il 13,6% dei diritti di voto (ma non il prestito titolo del 4% come nel 2022). Mentre Caltagirone, accreditato per il 7% rispetto al 9% di tre anni fa, non ha candidato un ceo sfidante, ma una lista di minoranza con sei nomi. Elenco che, come allora, avrà il sostegno di Delfin.
La finanziaria dei Del Vecchio è accreditata per poco meno del 10% (il 10,3% dei diritti di voto) perché nonostante sia già stata autorizzata da Ivass a salire fino al 19,9% di Generali, non avrebbe ancora ottenuto il consenso dalle autorità dei 47 Paesi in cui opera il Leone. I due azionisti insieme potrebbero raggiungerebbero quindi poco più del 17% del capitale e avere anche il supporto di Fondazione Crt che avrebbe oggi un altro 1,92% delle azioni.
Senza ceo alternativo, il loro ruolo sarebbe essenzialmente di disturbo.Per statuto delle Generali, con tre liste in gara, alle minoranze spettano al massimo quattro consiglieri. Ma se Caltagirone ne ha presentati sei è perché evidentemente aspira a nominarli tutti, cosa che accadrebbe se la sua fosse la lista più votata. Gli altri sette consiglieri sarebbero comunque espressione di Mediobanca, a meno che Assogestioni non superi il 5% guadagnando il diritto ad un consigliere.
Con un assetto 6-6-1 il board rischierebbe l’ingovernabilità. Con l’imprenditore capitolino che, visto che appare ad oggi sfavorito, per strategia potrebbe tra l’altro decidere di dirottare qualche voto dei suoi vari veicoli verso la lista dei fondi in modo da consentire ai gestori di superare lo sbarramento del 5%, ma per il meccanismo di riparti incasserebbe comunque tutti e 4 posti della minoranza.
Il rischio di ingovernabilità potrebbe essere evitato con il voto dei grandi gestori come Blackrock (che avrebbe circa il 3% dei diritti di voto), Vanguard al 2,8%, Amundi all’1,5% e pure Norges all’1,2%. E che Donnet abbia il supporto del mercato lo dimostra la posizione dei proxy advisor, Iss e Glass Lewis che hanno sottolineato le buone performance raggiunte da quando il manager si è insediato nel 2016: l’utile operativo è salito da 4,8 miliardi ai 7,3 miliardi del 2024 e i premi lordi sono passati da 70,6 miliardi a 95 miliardi, mentre il monte dividendi nel suoi tre piani industriali è arrivato a 13,7 miliardi.
Sostenere la lista Mediobanca sembra l’opzione migliore per garantire continuità strategica e gestionale, hanno quindi detto i proxy. La vittoria di liste alternative comporterebbe invece un rischio di ingovernabilità e interruzione strategica. Come riportato nei giorni scorsi da MF-Milano Finanza, il group ceo ha anche il sostegno delle reti agenti Generali, sia Anagina sia Ga-gi, determinate a far valere il peso delle loro azioni (pari per entrambi allo 0,075%).
A complicare il quadro ci sono però tre nuovi elementi. Il primo è legato al fatto che nell’azionariato di Generali a febbraio è spuntata Unicredit che con azioni stimate tra il 6 e il 7% (si veda articolo pagina successiva) potrebbe fare da ago della bilancia.
Ma anche i Benetton, forti del loro 4,8% (4,9% dei diritti di voto) vengono dati come secondo potenziale game changer. Storicamente le posizioni del presidente di Edizione, Alessandro Benetton, cresciuto alla scuola di Goldman Sachs, sono state molto razionali. Per l’imprenditore veneto la prima salvaguardia è quella della solidità e della stabilità dell’investimento. E quindi anche per lui il voto andrà nella direzione della stabilità, sebbene come anticipato da questo giornale maturerà una decisione solo a ridosso dell’assemblea.
Il secondo elemento è legato alle manovre che si registrano in questi giorni: telefonate da entrambi i fronti per chiamare a votare anche chi ha in mano piccoli pacchetti. Ma il terzo e più importante elemento, è legato alla possibile acquisizione del controllo di Mediobanca da parte di Mps con il tandem Caltagirone-Delfin che stringerebbe così la presa su Trieste. Ma se ne riparlerà nel secondo tempo, già annunciato, di questa partita: il 28 ottobre, all’assemblea di Piazzetta Cuccia. (riproduzione riservata)