Hamas ha consegnato a Israele i corpi di quattro persone nella notte tra lunedì e martedì. Tre di loro, Uriel Baruch, Tamir Nimrudi ed Eitan Levy, sono stati identificati come ostaggi israeliani rapiti durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Un quarto corpo, invece, è stato riconosciuto come quello di un palestinese di Gaza e non di un ostaggio, come inizialmente ipotizzato.
L’Istituto di medicina legale Abu Kabir ha confermato le identificazioni nelle prime ore di questa mattina. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il governo «rimane impegnato a restituire tutti i nostri rapiti caduti affinché abbiano una degna sepoltura nel loro Paese» e ha chiesto a Hamas di rispettare gli accordi presi con i mediatori internazionali.
Dopo la restituzione dei corpi, Israele ha deciso di revocare le sanzioni previste per oggi, che includevano la chiusura del valico di Rafah e la limitazione degli aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. L’emittente pubblica Kan ha riferito che il valico con l’Egitto sarà riaperto per consentire il passaggio di circa 600 camion di aiuti coordinati dalle Nazioni Unite, da organizzazioni internazionali e da Paesi donatori. La decisione, arrivata dopo giorni di tensione diplomatica, segna un tentativo di mantenere aperto il canale umanitario in un contesto politico ancora altamente instabile.
Il premier israeliano ha rilasciato dichiarazioni dure dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva affermato che «se Hamas non si disarmerà, lo disarmeremo noi». In un’intervista a Cbs News, Netanyahu ha dichiarato: «Siamo d’accordo nel dare una possibilità alla pace, ma nel prossimo futuro, non solo per Israele, ma per il mondo libero, si dovrà mantenere la capacità di difendersi, perché la libertà non è permanente né automatica».
Ha poi ribadito che «il modo per ottenere la pace è attraverso la forza», sottolineando la necessità di garantire la sicurezza del Paese anche a costo di nuove operazioni militari.
Le parole di Trump alla Knesset: «Netanyahu non è una delle persone con cui è più facile avere a che fare», hanno evidenziato le frizioni tra i due alleati. Il premier israeliano ha replicato affermando: «Sono molto duro sulle questioni che riguardano il futuro del mio Paese. Quando credo che quello che mi viene chiesto di fare vada bene, dico che va bene, e quando penso di dover dire “no”, lo dico. È il mio lavoro».
Nonostante le divergenze su alcune questioni, entrambi i leader condividono la linea di fondo: Hamas deve consegnare tutti gli ostaggi e disarmarsi, o Israele è pronto a riaprire il conflitto e a «scatenare l’inferno». (riproduzione riservata)