L’ultima parola sui paletti che regoleranno il prossimo rinnovo del maxi-pacchetto di frequenze in scadenza nel 2029 toccherà all’Agcom. L’autorità sta preparando la terza (e ultima) consultazione del mercato, attesa a giugno. Ma l’ipotesi che sembra diventare sempre più concreta è quello di evitare una vera e propria asta competitiva tra gli operatori tlc, optando invece per un’allocazione ragionata dello spettro. Le frequenze in scadenza attualmente sono divise così: Tim 180 MHz, Fastweb+Vodafone 200 MHz, WindTre 250 MHz, Iliad 70 MHz.
Non è un caso, allora, che l’operatore francese guidato in Italia dal ceo Benedetto Levi stia sottolineando la necessità di una redistribuzione per tutelare la concorrenza. In un passaggio, il ceo di Iliad Italia sottolinea che in passato anche altri operatori – H3G, poi fusosi con Wind per dare vita a WindTre, e Fastweb, oggi diventato un gigante dopo il matrimonio con Vodafone Italia – hanno sostenuto la necessità di una redistribuzione nelle pieghe delle allocazioni di frequenze arrivate nel 2008 e nel 2018.
Oggetto della consultazione del 2008 erano le bande di 900 MHz e 2100 MHz. In particolare le prime erano ritenute cruciali, perché essendo una banda «bassa» consente di offrire copertura mobile a costi di rete minore essendo ad ampio raggio. In una serie di documenti legati alla consultazione si può osservare che H3G, che allora era l’unico operatore «puro 3G», definì «un’irripetibile opportunità per riequilibrare la situazione tecnologica e concorrenziale», spingendo per ottenere una porzione dello spettro.
Fastweb – che allora invece era concentrata sul mercato del fisso – sostenne invece la necessità di non assegnare ulteriori frequenze a chi già ne era in possesso, ma invece di dare una porzione di spettro «solo a operatori non titolari» di frequenze o «con procedure competitive aperte, trasparenti e non discriminatorie». L’Agcom allora adottò alcune misure per il riequilibrio, come la liberazione di un blocco da 5MHz nella banda 900 MHz riservandola a operatori solo 3G a soggetti che non erano già dotati di quella banda. Slot che finirono effettivamente a H3G, mentre non fu riservato spettro a operatori senza frequenze come chiedeva Fastweb.
Nel 2018, invece, la consultazione riguardava le bande 700 Mhz, la 3.6-3.8 GHz e la 26 GHz, in quella che fu la prima asta 5G in Italia. Il focus, per lo stesso principio di facilità di copertura, riguardò soprattutto la banda «pregiata» a 700 MHz. Anche nei documenti delle consultazioni in previsioni di quell’asta si può riscontrare che Fastweb definiva «essenziale che i meccanismi di gara siano definiti sulla base di regole che favoriscano la contendibilità e l’utilizzo delle frequenze anche a favore di operatori nuovi entranti», allargando la definizione di quest’ultima anche agli operatori che non possedevano «una cospicua dotazione frequenziale e un mercato consolidato». E ancora, riteneva «imprescindibile l’adozione di incisive misure regolamentari pro-concorrenziali a favore di nuovi entranti» per «consentire a questi l’accesso wholesale alle risorse frequenziali». In quell’occasione, l’Agcom unì due blocchi da 2x5 MHz in un lotto riservato a nuovi entranti e al remedy taker del matrimonio tra Wind e Tre, ossia Iliad, che ottenne il lotto.
La decisione di riservare un blocco di frequenze ad operatori che non fossero Tim, Vodafone e WindTre fu benedetta anche dall’Antitrust. L’Antitrust infatti rilevò la «necessità in ottica pro-competitiva a vantaggio sia dei consumatori che degli investimenti e dell’innovazione, di riservare una ragionevole quantità» di spettro in bande «pregiate» a favore di nuovi entranti. In entrambi i casi, l’Agcom optò effettivamente per predisporre alcune misure per riequilibrare situazioni di squilibrio nella distribuzione dello spettro.
Di recente anche la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è tornata sulla distribuzione dello spettro e i suoi eventuali impatti sulla concorrenza in occasione di alcune operazioni. Ne è un esempio l'acquisizione di OpNet (e dei 60 MHz di frequenze che aveva in pancia) da parte di Wind Tre del 2024. In quell’occasione Agcom ha osservato che «una differenza entro certi limiti di dotazione spettrale tra operatori» non veniva ritenuta in grado «di per sé poter causare effetti distorsivi della concorrenza» né costituire «un insuperabile ostacolo alla competizione», anche complice il fatto che i diritti d’uso «sono di prossima scadenza nel 2029».
La questione, insomma, sarà tutt’altro che semplice da dirimere per l’Agcom, visto che, forse mai come in questo caso con circa il 70% del totale delle frequenze che andrà rinnovato, l’attenzione degli operatori sarà altissima sulle regole per la loro assegnazione. (riproduzione riservata)