Il mercato dei semiconduttori raggiungerà mille miliardi di dollari nel 2030 con un tasso medio annuo di crescita a singola cifra alta. Gianmarco Bonacina, head of research di Banca Akros, vede diversi mega-driver a supporto del settore: per i microcontroller e le memorie il cloud computing, l’intelligenza artificiale e l’internet delle cose, mentre per i chip analogici la transizione energetica legata agli investimenti nella mobilità intelligente e nella generazione e stoccaggio d’energia rinnovabile. A queste tendenze si aggiunge il tema della sovranità tecnologica che, pur non alterando la domanda, sta determinando il rimodellamento delle catene di approvvigionamento locali.
La penetrazione dei datacenter AI, stimata a singola cifra in volume (ma a due cifre in valore), dovrebbe crescere in modo significativo, aumentando i ricavi delle società che producono semiconduttori usati nei datacenter. «Stimiamo che Broadcom e Marvell abbiano la maggior esposizione alle apparecchiature di rete per i datacenter. Riteniamo anche che Monolithic Power e Infineon abbiano la maggior esposizione ai semiconduttori di potenza per datacenter», ha sottolineato Bonacina. Secondo Gartner, i ricavi delle aziende che producono semiconduttori usati nell’AI potrebbero aumentare da 44 miliardi di dollari del 2022 a 120 miliardi nel 2027. Altre stime sono più ottimistiche: Nvidia parla di mille miliardi di dollari, di cui 300 miliardi solo per i datacenter.
Tra le aziende di semiconduttori quotate, Nvidia è quella con la maggior esposizione all’AI, seguono Amd, Broadcom e Marvell. Al di fuori degli Usa, l’esposizione è rilevante per Tsmc e i produttori di memorie (Hynix, Samsung, Micron). Tra i nomi europei, come l’olandese Asml, l’esposizione è più limitata. Invece, il mercato dei dispositivi SiC, i semiconduttori al carburo di silicio (può superare i 10 miliardi nel 2029), è piuttosto concentrato con le prime cinque aziende che generano oltre il 70% delle vendite. Stm sembra essere il leader grazie alla sua relazione con Tesla, punta a ricavi superiori a 5 miliardi in questo segmento entro il 2030 con una quota del 30%.
Tra il 2019 (utile per azione di 1,14 dollari) e il 2023 (eps di 4,46 dollari) gli utili di Stm sono aumentati di 4 volte, più della maggior parte delle rivali, grazie sia a fattori strutturali (elettrificazione e digitalizzazione delle auto, necessità di efficienza energetica nel settore industriale e IoT) sia a fattori eccezionali dovuti alla pandemia (aumenti dei prezzi e scorte più elevate). Trend che ora si stanno invertendo, con un destoccaggio nei settori industriale e automotive e una normalizzazione dei prezzi. «Questo ci porta a prevedere una riduzione del 50% dell’utile per azione adjusted di Stm nel 2024 a 2,17 dollari dai 4,46 del 2023 con le nostre stime vicine al punto più basso delle linee guida dell’azienda», afferma Bonacina, le cui stime prevedono un rimbalzo delle vendite nel 2025 supponendo la fine del destoccaggio.
«Rimaniamo, però, preoccupati per i margini (27,7% la stima di ebitda margin nel 2024 dal 35,7% del 2023, ndr) alla luce dei rischi sui prezzi per l’aumento della capacità domestica in Cina. Stm», rammenta Bonacina, «dovrebbe aggiornare il mercato a novembre sui target 2025-2027: vendite superiori a 20 miliardi, margine ebit oltre il 30%, con le nostre stime e quelle del consenso già più basse degli obiettivi aziendali (vendite 2027 a 18,5 miliardi, margine ebit al 23,4%). Sul titolo abbiamo un rating neutral e target price a 40 euro». (riproduzione riservata)