Il dollaro non perderà nel breve periodo il suo ruolo centrale nel sistema monetario internazionale. Ne è convinta la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, che non si aspetta «cambiamenti rilevanti» nella posizione della valuta americana, la quale «resta una valuta dominante a causa della profondità e della liquidità dei mercati dei capitali negli Stati Uniti, della dimensione della sua economia: fino a quando questo fattore resterà presente» eventuali cambiamenti non saranno significativi, anche se il contesto globale è in trasformazione.
Secondo Georgieva, «il multipolarismo implica maggiore diversificazione delle riserve valutarie, ma il cambiamento in atto dipende più dalla variazione dei tassi di cambio che una modifica di fondo» dell’assetto attuale.
In questo quadro si inserisce anche la corsa all’oro, che per la direttrice del Fmi segnala che «ci si sta coprendo contro una possibile svalutazione del dollaro, non che si sta andando verso l'euro». Un movimento coerente con un contesto caratterizzato da elevata incertezza: «In tempi di grande incertezza si va verso il conosciuto e l’oro è un asset storicamente di rifugio. Ora l’incertezza è su che cosa sia il ‘new normal’».
Sul fronte europeo, la direttrice del Fmi ha sottolineato la necessità di rafforzare l’economia dell’Unione attraverso una maggiore integrazione finanziaria. «Per rendere l’economia europea più forte occorre più attenzione a come finanziare i beni comuni pubblici europei in modo comune e a questo fine occorrono un uso più efficiente del denaro dei contribuenti e una grande offerta di titoli europei (comuni) che possono essere acquistati dagli europei: tuttavia sul modo in cui procedere in tale direzione è una discussione difficile». Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso di una conferenza organizzata dal think tank Bruegel.
Georgieva ha poi richiamato l’attenzione sui rischi legati alla crescente importanza delle istituzioni finanziarie non bancarie, che oggi forniscono oltre la metà dei finanziamenti a livello globale. «Finora non è successo nulla di grave, ma la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro», ha avvertito, definendo il sistema del cosiddetto shadow banking «un fattore di rischio per la stabilità finanziaria». Si tratta di entità che operano al di fuori della vigilanza diretta, come fondi monetari e hedge fund: «Non sono regolamentati nello stesso modo delle banche anche se il loro ruolo è molto rilevante. Finora non è successo nulla di grave, ma la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro».
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda le stablecoin. «È significativo che adesso ci sia una legislazione americana che mette le stablecoin garantite dal dollaro in una posizione di potenziale forza competitiva: significa che potremmo entrare in un mondo in cui molti Paesi possono perdere in qualche modo la loro sovranità sulla politica monetaria». Un rischio che potrebbe contribuire a una maggiore frammentazione del sistema finanziario internazionale, anche se al momento il Fmi non intravede pericoli immediati di crisi sistemiche legate a questo comparto.
La direttrice del Fondo ha inoltre ribadito l’importanza dell’indipendenza delle banche centrali, senza citare esplicitamente la Federal Reserve, ma facendo riferimento alle pressioni politiche in corso. «Non si dà abbastanza valore al fatto che la resilienza dell’economia in un contesto di grandi incertezze è anche dovuta alla forza delle istituzioni economiche e delle istituzioni forti: in tale quadro banche centrali indipendenti giocano un ruolo di resilienza», un aspetto che secondo Georgieva non viene considerato a sufficienza.
Sul quadro macro globale, Georgieva ha infine osservato che «l’economia mondiale è resiliente, ma non bisogna dare questa resilienza per scontata». Il mondo, ha spiegato, «ha gestito ragionevolmente bene i molti fattori di incertezza», ma nonostante l’aggiornamento al rialzo delle previsioni, ad eccezione dell’America Latina, «la crescita è ancora inferiore alla media storica della fase precedente la pandemia». Un elemento che dovrebbe destare maggiore preoccupazione.
A pesare è anche il rallentamento del commercio internazionale, che nel 2025 è stato «un fattore molto meno significativo per la crescita globale» e che «probabilmente lo sarà ancora meno nel 2026», anche a causa delle politiche tariffarie statunitensi. Secondo il Fmi, allo stato attuale non è possibile dare per scontato un miglioramento del ritmo degli scambi globali.(riproduzione riservata)