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Fisco & Mattone

Fisco più severo per il fotovoltaico

di Norberto Villa
Milano Finanza - Numero 111 pag. 64 del 07/06/2014

Cambio di rotta dell'Agenzia delle Entrate sugli impianti fotovoltaici che ha chiarito la propria posizione: d'ora in avanti soltanto quelli di minime dimensioni non potranno essere considerati beni immobili. Per tutti gli altri la natura immobiliare è fuori discussione, almeno secondo il giudizio dell'amministrazione finanziaria.

Con la circolare 36/E/2013 l'Agenzia delle Entrate ha quindi evidenziato un netto cambio di idea circa la natura immobiliare o meno degli impianti fotovoltaici. Ha infatti individuato nelle caratteristiche catastali il discrimine tra bene mobile o immobile con il risultato che la maggior parte degli impianti deve essere considerato bene immobile.

La circolare riconosce la natura di bene immobile ai fini fiscali qualora gli impianti siano da dichiarare in catasto, e in particolare quando:

a) costituiscano una centrale di produzione di energia elettrica autonomamente censibile nella categoria D/1 oppure D/10;

b) risultino posizionati sulle pareti o su un tetto, oppure realizzati su aree di pertinenza comuni o esclusive di un fabbricato, e per loro sussista anche l'obbligo della menzione nella dichiarazione in catasto al termine dell'installazione. Ricordiamo che l'obbligo sussiste quando l'impianto fotovoltaico integrato a un immobile ne incrementa il valore capitale oppure la redditività di una percentuale pari al 15% o superiore.

Da tutto questo deriva che in molte ipotesi la natura immobiliare non è in discussione, e pertanto sono inevitabili una serie di conseguenze fiscali.

In primo luogo, per gli impianti detenuti da imprese, i problemi si hanno già a partire dalla compilazione del prossimo modello Unico nella parte inerente al calcolo degli ammortamenti deducibili.

Nella circolare 46/E del 2007 l'aliquota era stata infatti individuata nel 9%. La circolare 36/E prevede invece che, nel caso in cui l'impianto fotovoltaico si configuri come bene immobile, è certo che il costo dell'investimento realizzato sia sempre deducibile, ma per individuare il coefficiente applicabile è necessario fare riferimento a quello previsto per beni appartenenti ad altri settori produttivi che presentino caratteristiche similari dal punto di vista del loro impiego e della vita utile. Le indicazioni della circolare sono quelle da riferirsi «al settore dell'energia termoelettrica e in particolare all'aliquota di ammortamento prevista per “fabbricati destinati all'industria”, corrispondente al 4%». Una riduzione della deducibilità quindi di ben 5 punti percentuali.

Ma la natura immobiliare comporta anche altre conseguenze svantaggiose. Per esempio, nel caso di acquisto in leasing, il periodo entro cui dedurre il costo del contratto si incrementa notevolmente. Poiché secondo l'Agenzia delle Entrate si tratta di beni immobili, per i contratti di leasing stipulati dal 2014 la deduzione è sì possibile ma in 12 anni, mentre qualora fossero ancora stati considerati beni mobili «l'acquirente» avrebbe potuto dedurre il costo complessivo del contratto in circa cinque anni.

Insomma, è chiaro che la nuova presa di posizione dell'Agenzia delle Entrate risulterà sicuramente indigesta a non pochi contribuenti italiani. (riproduzione riservata)



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