L’economia italiana continua a crescere, ma rallenta il passo in un contesto internazionale sempre più instabile. Nel primo trimestre del 2026 il pil italiano è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, proseguendo il sentiero positivo avviato nella seconda metà del 2025. A sostenere l’attività sono soprattutto i servizi e la domanda estera, mentre industria e consumi interni mostrano segnali più deboli.
È il quadro che emerge dalla nota sull’andamento dell’economia italiana diffusa dall’Istat, che fotografa un sistema produttivo ancora resiliente ma esposto ai contraccolpi geopolitici e al nuovo shock energetico innescato dalla crisi in Medio Oriente.
La variabile che domina lo scenario globale è il conflitto tra Stati Uniti e Iran, con il Brent ha raggiunto in aprile una media di 120,4 dollari al barile, con un rialzo superiore al 16% in un solo mese. L’effetto è immediato: l’inflazione torna a correre dopo mesi di rallentamento e le banche centrali sono costrette a congelare i tagli dei tassi previsti per la primavera. In Italia, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) è salito al 2,9% ad aprile dall’1,6% di marzo, tornando vicino alla media dell’Eurozona.
A spingere i prezzi sono soprattutto energia e alimentari. I beni energetici registrano un aumento del 9,5% su base annua, contro il -2,1% del mese precedente, mentre gli alimentari non lavorati accelerano al +6%. Più contenuta invece l’inflazione di fondo, che rallenta all’1,6%, segnale che le pressioni restano concentrate nelle componenti più volatili legate alle materie prime.
Lo scenario internazionale appare sempre più divergente. La Cina si conferma il motore dell’economia globale con una crescita trimestrale del pil pari all’1,3%, sostenuta dalla produzione industriale. Gli Stati Uniti accelerano allo 0,5%, trainati dagli investimenti tecnologici e dall’intelligenza artificiale. L’Europa invece resta in stagnazione.
L’area euro cresce appena dello 0,1% e peggiora sensibilmente il clima di fiducia delle imprese e dei consumatori. L’indice Esi della Commissione europea cala ad aprile di 3,2 punti, con flessioni marcate in Germania, Francia e Italia. Nel confronto europeo, l’Italia fa meglio della Francia, ferma a zero crescita, ma resta distante da Spagna (+0,6%) e Germania (+0,3%).
Sul fronte produttivo emergono segnali contrastanti. A marzo la produzione industriale italiana è salita dello 0,7% dopo il +0,2% di febbraio, segnando il secondo rialzo consecutivo. Tuttavia il bilancio del trimestre resta negativo (-0,2%). Più debole invece il settore dei servizi, dove il fatturato cala dello 0,3% a febbraio, penalizzato soprattutto da trasporti, logistica e turismo.
La parte più politica della nota riguarda il drenaggio fiscale, tornato al centro del dibattito dopo la nuova accelerazione inflazionistica. Secondo le simulazioni effettuate dall’Istat, le riforme fiscali introdotte tra il 2021 e il 2026 hanno più che compensato l’aumento di tassazione prodotto dall’inflazione.
Il saldo medio per i contribuenti è positivo per circa 40 euro, grazie soprattutto agli interventi a favore dei redditi medio-bassi e alla sostituzione delle detrazioni per figli a carico con l’Assegno unico universale, indicizzato al costo della vita. L’effetto redistributivo però non è uniforme. I maggiori benefici riguardano lavoratori dipendenti e redditi bassi, mentre i pensionati risultano penalizzati: per loro le misure compensative non riescono a neutralizzare interamente l’effetto del fiscal drag. (riproduzione riservata)