Nella tarda serata di oggi conosceremo le decisioni che il comitato monetario della Federal Reserve avrà assunto. Molti osservatori prevedono che i tassi ufficiali di interesse saranno mantenuti fermi ( 4,25%-4,50%) e che, dunque, si parlerà di tagli solo alla ripresa post-feriale. Vi sono, però, posizioni contrarie nel Comitato, favorevoli, cioè, a una riduzione dei tassi sin d'ora, anche se sono minoritarie.
Per la Fed si tratterà di una prova di autonomia e indipendenza, considerati gli insulti, le oppressive sollecitazioni e le minacce di Donald Trump nei confronti del presidente Jerome Powell per indurlo a un taglio del costo del denaro, minacce arrivate fino a contestare la legittimità dei lavori di ristrutturazione dell'edificio della Banca centrale, peraltro autorizzati diversi anni orsono. Powell finora ha dimostrato di essere hombre vertical. La debolezza del dollaro nei confronti dell'euro, arrivata a superare il 13%, riceverebbe ovviamente dalla riduzione dei tassi un'ulteriore spinta al deprezzamento nei riguardi della moneta unica, anche se qualche lievissimo movimento di segno inverso si è registrato in questi giorni. Naturalmente, la dimostrazione dell'autonomia dell’istituto non potrebbe arrivare a non far tagliare i tassi benché ne esistessero eventualmente tutte le ragioni, presupposto che però non è affatto chiaro.
L'interesse alle decisioni in questione è diffuso anche al di fuori degli Usa, perché la leva della politica monetaria americana viene vista in rapporto alle scelte sui dazi e, in particolare, all'intesa scozzese, per quanto non ancora formalizzata, tra Trump e Ursula von der Leyen. Un accordo che appare solo di principio, dal quale, però, si ricava che l'apprezzamento dell'avere prevenuto una guerra commerciale è bilanciato da diversi punti non favorevoli della stessa intesa, come dei vincoli collaterali in materia di acquisti del gas e sugli investimenti.
L'Unione paga la debolezza negoziale e della conduzione della trattativa e il non aver voluto mettere in campo l'ipotesi di potenti reazioni, da indicare con una data dell'entrata in vigore e rimovibili solo con un accordo onorevole. Ora, però, si mette a fuoco quale potrebbe essere il risultato della combinazione tra dazi e dollaro debole per le merci italiane, che arriverebbero a subire possibili perdite del 20%. In questo quadro, se permangono i rapporti di questi giorni euro/dollaro, vi è chi chiede un deciso abbassamento, da parte della Bce, dei tassi di riferimento per sostenere e rilanciare l'economia europea. Una richiesta, questa, che verosimilmente sarebbe ancora più forte se il dollaro, anche a seguito dell'eventuale taglio dei tassi, si dovesse ulteriormente svalutare.
In sostanza, fatte le dovute fondamentali distinzioni, questa linea sembra evocare quella sostenuta da diversi industriali negli anni 80 del Novecento, allorché, non intendendo realizzare, per la parte loro, le necessarie riforme, esercitavano pressioni per la svalutazione della lira al fine di recuperare competitività internazionale. Altri, oggi, suggeriscono una diversa strategia fatta di sussidi, semplificazione delle regole che creano dazi interni all'Unione, revisione dell'assetto della governance economica europea. Impiegare la leva monetaria per agire sul cambio, benché il governo di quest'ultimo non sia materia della Bce e la presidente Christine Lagarde ripeta spesso che l'Istituto non guarda al cambio, non è un tabù. Ma bisognerebbe vedere a quali condizioni.
Non potrebbe essere una misura meramente riparatoria delle conseguenze dell'intesa sui dazi. Occorrerebbe un grande accordo europeo secondo il quale ciascuna istituzione faccia la propria parte, a livello comunitario e a quello nazionale: politica economica e di finanza pubblica, politica dei redditi, politica monetaria dovrebbero essere i pilastri dell'accordo. Si osserverebbe cosi la norma del Trattato Ue, spesso trascurata,la quale stabilisce che, conseguita la stabilità dei prezzi - ed è ciò che è accaduto e secondo le previsioni accadrà' nei prossimi due anni - la Bce è chiamata a contribuire alle politiche economiche dell'area. (riproduzione riservata)