Tassi alti più a lungo per fronteggiare gli shock economici provenienti dall’offerta. È una delle considerazioni del numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell, nel discorso di apertura della due giorni volta a riconsiderare l’attuale approccio della banca centrale Usa alla politica monetaria. Un approccio adottato nel 2020, quando l'economia era ancora segnata dalla pandemia.
«Potremmo entrare in un periodo di shock dell’offerta più frequenti e potenzialmente più persistenti, una sfida difficile per l’economia e per le banche centrali», ha ribadito il presidente, facendo eco alle sue stesse affermazioni delle ultime settimane in cui avvertiva come i cambiamenti di politica monetaria potrebbero mettere la Fed in una difficile situazione di equilibrio tra il sostegno all’occupazione e il controllo dell’inflazione.
Osservando i cambiamenti avvenuti nell’economia statunitense negli ultimi cinque anni, Powell ha dichiarato che, sebbene le aspettative d’inflazione a lungo termine restino in gran parte allineate con l’obiettivo del 2% fissato dalla banca, è improbabile che si torni presto all’epoca dei tassi d’interesse prossimi allo zero. «Tassi reali più alti potrebbero anche riflettere una maggiore probabilità che l’inflazione si riveli più volatile rispetto al decennio successivo alla crisi finanziaria», ha spiegato il numero uno della banca Usa.
In linea generale i funzionari della banca centrale Usa ritengono di dover riconsiderare gli elementi chiave relativi a occupazione e inflazione nel loro attuale approccio alla politica monetaria, alla luce di come l’economia sta mutando.
«Il contesto economico è cambiato in modo significativo dal 2020 e la nostra analisi rifletterà la valutazione di tali cambiamenti. Valuteremo anche i possibili miglioramenti da apportare agli strumenti di comunicazione della politica del Comitato, per quanto riguarda le previsioni, l’incertezza e i rischi», ha spiegato Powell.
Sebbene non abbia menzionato esplicitamente i dazi introdotti dall’amministrazione di Donald Trump, Powell ha già sottolineato come le misure tariffarie rischino di frenare la crescita economica e alimentare le pressioni inflazionistiche.
Guardando gli ultimi dati, l’indice dei prezzi alla produzione (Ppi) è però sceso ad aprile dello 0,5%, contro attese per un rialzo dello 0,3%, mentre la componente core è diminuita dello 0,4% contro attese per un +0,3%. Il dato conferma il rallentamento evidenziato martedì 13 dall’indice dei prezzi al consumo e spinge al ribasso i rendimenti dei titoli di Stato con il rendimento del Treasury decennale in calo al 4,49% e la scadenza a due anni al 4,3%.
Deboli invece gli altri indicatori economici di aprile che segnalano vendite al dettaglio cresciute solo dello 0,1%, (ma in linea con le stime del consenso) e la produzione industriale rimasta invariata. Nonostante le parole di Powell, secondo gli analisti gli ultimi dati macroeconomici lasciano spazio alla banca centrale Usa di allentare la politica monetaria nelle riunioni del corso dell’anno. Scivola comunque Wall Street che viaggia sotto la parità in linea con la debolezza registrata anche dagli altri mercati. (riproduzione riservata)