Il taglio dei tassi di interesse nella riunione di oggi, 17 settembre, della Federal Reserve è ormai quasi certo, con gli investitori che prezzano interamente una riduzione di 25 punti base. Sarebbe il primo intervento di allentamento monetario del 2025 e, come accaduto nel 2024, arriverebbe nella seconda metà dell’anno.
«Nel settembre del 2024 la Fed aveva segnato un vero e proprio punto di svolta: il livello del 5,5% sui Fed Funds era diventato il pivot point del ciclo restrittivo iniziato oltre due anni prima e caratterizzato da un aumento complessivo di 550 punti base», ricorda l'area gestioni patrimoniali dello IOR (Istituto per le Opere di Religione). In quell’occasione, il Fomc aveva deciso di tagliare il costo del denaro di 50 punti base.
«Il meeting odierno difficilmente rappresenterà un’accelerazione altrettanto aggressiva. L’economia statunitense, pur avendo subito un rallentamento a causa dei dazi, ha continuato a mostrare una certa resilienza nell’ultimo anno», spiega lo IOR. «Allo stesso tempo, però, la Fed si trova oggi a fronteggiare un contesto più complesso».
Infatti, i dati più recenti sul mercato del lavoro evidenziano come le imprese abbiano iniziato a ridurre i costi del personale, segnale di un indebolimento che riflette le pressioni sui margini generate dall’implementazione delle nuove tariffe. La creazione di occupazione si è ridotta a una media trimestrale di appena trentamila unità, ben al di sotto della soglia critica delle centomila unità considerata dalla banca centrale e il calo ha colpito in modo significativo i lavori meno stagionali.
Parallelamente, l’inflazione, pur risultando inferiore alle attese, ha mostrato una lieve accelerazione rispetto ai mesi precedenti, confermando seppur parzialmente lo stato di incertezza sulla traiettoria futura dei prezzi (sono saliti dello 0,4% ad agosto e del 2,9% nell’ultimo anno, un livello superiore rispetto all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed).
«L’elemento centrale del meeting non sarà, quindi, tanto il taglio in sé, largamente atteso, quanto l’orientamento della forward guidance», precisa lo IOR. In particolare, il tono del presidente, Jerome Powell, sarà probabilmente in continuità con quello leggermente «dovish» di fine agosto e solo eventuali parole differenti dagli ultimi meeting potrebbero modificare le aspettative dei mercati che vedono un tasso di riferimento tra il 4% e il 3,75% a fine 2025.
«Il tasso di equilibrio di breve periodo, coerente con l’obiettivo di bilanciare il rallentamento ciclico con il rischio di un’inflazione più persistente, potrebbe essere raggiunto in parte già nel corso di quest’anno. Tale livello si avvicinerebbe progressivamente al neutral rate, ovvero al tasso teorico che consente di mantenere l’economia in equilibrio senza stimolarla né deprimerla. Una prosecuzione del percorso di allentamento sarebbe, quindi, rinviata al 2026, quando il quadro congiunturale offrirà maggiore visibilità e la Fed potrà valutare con più chiarezza il rischio di deviazioni durature dall’obiettivo di stabilità dei prezzi», conclude lo IOR.
Ma con un taglio dei tassi di «soli» 25 punti base, Donald Trump non sarà soddisfatto, perché continua a spingere per un intervento più deciso, con una riduzione di almeno 100 punti base. «Una mossa di tale portata è usuale nelle fasi recessive, ma appare insolita in un’economia che, almeno ufficialmente, non è in contrazione», afferma Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia.
Un’ulteriore criticità riguarda la difficoltà crescente nel valutare la qualità e l’affidabilità dei dati macroeconomici statunitensi. Si consideri, ad esempio, l’occupazione: la stima della creazione di posti di lavoro tra aprile 2024 e marzo 2025 è stata rivista al ribasso della metà rispetto alle rilevazioni iniziali. Ciò è avvenuto a meno di sei mesi dalla prima pubblicazione. È noto che la trasmissione dei dati sui sussidi di disoccupazione dai singoli Stati al National Statistics Bureau (NSB) non sia mai stata perfetta e necessiti di continue rettifiche.
«La novità, questa volta, è rappresentata dalla rapidità con cui le revisioni sono state introdotte. L’istituto statistico non offre spiegazioni convincenti, ma è plausibile un effetto post-Covid: dopo i lockdown, la raccolta statistica negli Stati Uniti è diventata meno affidabile rispetto al passato, rendendo i dati più soggetti a correzioni frequenti e di ampia entità», osserva Sansone.
In sintesi, il problema è doppio: un’economia che dà segnali di rallentamento e, allo stesso tempo, un quadro statistico meno affidabile. È un terreno inesplorato per la Fed. «Che l’economia americana stia perdendo slancio ormai non è più in discussione. Resta, invece, da capire quanto sia profondo questo rallentamento. E per questo motivo», conclude Sansone, «lo status quo che la Fed sembrava pronta a difendere fino a ottobre non può più essere dato per certo». (riproduzione riservata)