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Jerome Powell, presidente Fed
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Fed, ecco il pericolo che corre il successore di Powell

di Angelo De Mattia
11 agosto 2025, 19:40

Con l’avvicinarsi della scadenza del mandato di Jerome Powell, Trump intensifica le pressioni per nominare un successore allineato alle sue politiche. L’autonomia della Fed è al centro del dibattito

Aumenta il numero dei candidati di Donald Trump alla successione a maggio a Jerome Powell alla presidenza della Federal Reserve, in aggiunta alla sostituzione della dimissionaria Adriana D. Kugler il cui incarico scadrà il prossimo gennaio. In questi giorni sarà ufficializzata la rosa dei candidati se non, addirittura, l'unico candidato che potrebbe essere indicato da Trump.

I più accreditati per la presidenza della Fed, venuta meno l'opzione Scott Bessent, segretario al Tesoro oggi ritenuto dal tycoon inamovibile, sono un ex governatore della stessa Fed, Kevin Warsh, e il presidente del Consiglio nazionale degli economisti, Kevin Hasset. Certamente, verranno vagliate competenze ed esperienze. Tuttavia, il fatto che con largo anticipo si decida la candidatura presidenziale, pur mettendo in conto un naturale anticipo delle decisioni ma non dieci mesi prima della scadenza della carica da rinnovare, rientra nelle pressioni, per usare un eufemismo, che Trump esercita su Powell da tempo per costringerlo alle dimissioni o, in alternativa, ad appiattirsi sulle sue posizioni, in particolare quella in materia di tassi di interesse.

Powell finora ha egregiamente resistito, sulla base di dati, aspettative e proiezioni inattaccabili. Alla fine, passeranno mesi nei quali coesisteranno una presidenza della Fed prossima alla scadenza e un presidente designato alla successione della stessa che magari parlerà e scriverà anche in materia di tassi. Il punto cruciale, più che competenza ed esperienza che però costituiscono dei presupposti fondamentali per incarico come quello in questione, è l'autonomia, intellettuale prima di tutto, che il presidente dovrebbe dimostrare (e non da ora). Quindi, la capacità e l'idoneità di tutelare l'autonomia istituzionale e funzionale.

Un uomo di Trump alla testa della Fed?

Il presidente della prima banca centrale, volente o nolente, parla al mondo e non deve essere né apparire un messo «quasi per litteram» del capo dell'esecutivo quale che sia, nè ovviamente essere un soggetto pregiudizialmente avverso a quest'ultimo. Il gioco dei pesi e contrappesi, fondamentale per la democrazia, funziona se le diverse istituzioni, in autonomia che non significa separatezza, esercitano pienamente il proprio ruolo con i limiti che esso non può non avere.

Lo scopo è una convergenza finale sugli interessi del Paese, pur nella distinzione dei mezzi e nella conseguente dialettica. A questo punto ci si può chiedere se Trump possa mai accettare discorsi di questo tipo, impegnato, come appare, nell'avere un proprio uomo alla testa della Fed. Tuttavia, forse valuterà anche i boomerang di un diverso comportamento, a cominciare dall'effetto annuncio sui mercati, in relazione al tipo di scelta che compirà e alle prospettive. Ha potuto già constatare come i tentativi di destituire Powell siano stati negativamente visti da risparmiatori e investitori, non solo negli Usa. Se poi si pensa, invece, a una becera lottizzazione volta a mantenere al guinzaglio la Fed, allora non varranno i pur eventualmente ricorrenti meriti dei designandi, quanto il modo in cui si svilupperanno le relazioni tra Amministrazione e Fed.

A maggior ragione, se ai rapporti con la banca centrale si uniranno le posizioni trumpiane sulle «stablecoin» e sulla loro inclusione tra le riserve del predetto Istituto. Come sempre e ovunque nei Paesi occidentali, la definizione della governance e della configurazione istituzionale di una banca centrale non è una questione settoriale, ma coinvolge politica, economia e finanza dei Paesi stessi. (riproduzione riservata)



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