Il giorno che gli investitori hanno cerchiato in rosso sul calendario è il 17 settembre, data della prossima riunione della Federal Reserve (Fed). A quel punto, secondo la maggior parte degli operatori, il presidente Jerome Powell dovrebbe annunciare un taglio dei tassi di interesse, al momento fermi al 4,25-4,50%.
Ormai la probabilità di una sforbiciata il mese prossimo è arrivata al 94%, secondo il FedWatch Tool del Cme, dopo che l’inflazione è risultata nel complesso più bassa delle attese a luglio: +2,7% su base annuale con la componente core (senza gli elementi più volatili) al 3,1%.
«Questi dati, insieme alle recenti indagini sui consumatori, mostrano un moderamento delle aspettative di inflazione e un rallentamento della dinamica del mercato del lavoro, fornendo un contesto ragionevole per la Fed per iniziare la normalizzazione dei tassi a settembre, anche se l’inflazione rimane al di sopra dell’obiettivo» del 2%, osserva Tiffany Wilding, economista di Pimco.
Un assist al taglio dei tassi è arrivato anche da Scott Bessent. Secondo il Segretario del Tesoro Usa ci sono «buone possibilità» che la banca centrale americana proceda a una riduzione del costo del denaro «di 50 punti base» a settembre, come Bessent ha detto in un’intervista a Bloomberg Tv. Per il Segretario la Fed si sta muovendo con un ritardo di almeno 150-175 punti base. Sull’entità del taglio in arrivo, però, non tutti gli esperti sono concordi. Gli economisti di Nomura, ad esempio, si aspettano una limatura più contenuta, pari a 25 punti.
A settembre la Fed farà le sue valutazioni sulla base dei dati macroeconomici che fotografano l’andamento dei prezzi, ma anche lo stato di salute dell’economia americana. L’inflazione a luglio è rimasta al di sopra del target della Fed, ma la Casa Bianca - che da mesi è in pressing su Powell per ottenere un taglio dei tassi - crede che i livelli attuali non siano problematici.
«Da quando il presidente Trump è entrato in carica a febbraio, l’inflazione misurata sta correndo a un tasso annualizzato dell’1,9%, che è del tutto normale. Credo che l’inflazione sia stata ben gestita», ha detto Stephen Miran, presidente del Consiglio economico della Casa Bianca, ai microfoni di Cnbc. «E, come ha sottolineato Trump, non c’è alcuna evidenza di inflazione indotta dai dazi. Molti che prevedevano scenari catastrofici si sono sbagliati e continuano a sbagliarsi».
L’effetto delle tariffe, infatti, non è ancora evidente nei dati macro. «Il trasferimento dei costi derivanti dai dazi è stato finora lento e irregolare, con le aziende che hanno assorbito in gran parte questi aumenti di prezzo», conferma Wilding. «Ci sono buone ragioni a favore di un trasferimento graduale dei prezzi ai consumatori, tra cui margini aziendali iniziali sani, consumatori più sensibili ai prezzi e compensazioni fiscali per le imprese».
In ogni caso Miran è convinto che a pagare il conto della guerra commerciale, alla fine dei giochi, saranno gli altri Paesi. «I consumatori americani sono molto flessibili nella scelta dei fornitori: possiamo acquistare da altri Paesi a cui applichiamo dazi più alti o più bassi, oppure produrre in casa», ha dichiarato a Cnbc. «Questa flessibilità ci consente di spostare l’onere economico di un dazio sul Paese a cui lo applichiamo. Quindi, nel lungo periodo, sono convinto che questi dazi saranno sostenuti dai Paesi colpiti».
Inoltre, Miran sostiene che l’inflazione statunitense risenta anche di dinamiche estranee alle tensioni commerciali. «Pensiamo che parte dell’inflazione recente sia dovuta all’immigrazione illegale», ha aggiunto il funzionario. «Un afflusso massiccio di affittuari su un’offerta abitativa che si adatta lentamente ha spinto gli affitti su del 4-5%. E questo rappresenta un contributo significativo all’inflazione complessiva».
Il trend dei prezzi non è però l’unica metrica sotto la lente dei banchieri centrali. «A nostro avviso la Fed guarderà oltre e si concentrerà sulla debolezza del mercato del lavoro, la sfiducia dei consumatori e il rischio che il rallentamento della crescita possa diventare deflazionistico nel medio termine», commenta Dan Siluk, head of Global short duration & Liquidity di Janus Henderson Investors. «Con l’indice dei prezzi al consumo ormai alle spalle, l’attenzione si sposta sul rapporto sui prezzi alla produzione (in arrivo il 14 agosto, ndr) e sulla convention di Jackson Hole», la conferenza annuale di politica economica della Fed di Kansas City in programma dal 21 al 23 agosto. (riproduzione riservata)