«Falsa demonstratio non nocet»: si dovrebbe ricordare questo antico brocardo quando si legge il Report di FdI sulle riserve auree della Banca d’Italia. Non nuoce perchè l’accordo, a meno di cambiamenti dell’ultima ora, sarebbe stato raggiunto dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti con la Bce prevedendo l’integrazione dell’emendamento alla legge di bilancio con il richiamo degli articoli 123,127 e 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione che, tra l’altro, disciplina le riserve delle Banche centrali dell’Eurosistema e che per l’Italia ha il rango di norma costituzionale. Vi sarebbero altresì la sottolineatura della detenzione e gestione in autonomia di tali riserve da parte della Banca d’Italia e il ribadimento della loro iscrizione nel bilancio di quest'ultima.
La cosiddetta appartenenza delle riserve - un sostantivo che non coincide con la proprietà, al popolo, indicata nell'emendamento, è bilanciata, dunque, da richiami normativi, la cui sostanza è la valorizzazione dell'autonomia dell'Istituto di Via Nazionale e della Bce, concorrendo le riserve alla tutela della stabilità della moneta ed essendo, quindi, fondamentali per la politica monetaria, che è esercitata in condizioni di indipendenza.
L’azione svolta dalla Banca d'Italia con il governatore Fabio Panetta è stata fondamentale per raddrizzare l'emendamento in questione. Ma se non nuoce, che il Report si basi su motivazioni strampalate, che a dir poco destano meraviglia per la loro infondatezza, non può negarsi. In sostanza si afferma che i quotisti (azionisti) della Banca d’Italia, in particolare i soggetti privati ma soprattutto quelli stranieri, potrebbero mettere le mani sull’oro per cui è necessario che la legge ne sancisca l'appartenenza al popolo. Si potrebbe scherzare e pensare a quotisti che si impossessano dell'oro custodito nella Banca, superando una serie di sbarramenti per accedere alle sacristie, insomma, senza essere visti, escono da palazzo Koch con in tasca i lingotti.
Ma a parte gli scherzi, i soggetti, tra banche, assicurazioni, fondazioni, altre persone giuridiche che partecipano al capitale dell’Istituto, quelli non italiani, ma europei, sono una nettissima minoranza. Per legge comunque tutti i cosiddetti Partecipanti, italiani e no, non hanno alcun potere sulle funzioni istituzionali della Banca, in particolare sulla politica monetaria alla quale le riserve, auree e valutarie, sono funzionali, e sulla Vigilanza bancaria e finanziaria. Quale decisione possano assumere per impossessarsi dell'oro è incomprensibile.
È opportuno, invece, ricordare che il solo, vero e proprio, impossessamento che si ricordi di parte dell’oro è quello avvenuto verso la fine della seconda guerra mondiale, compiuto dalle truppe tedesche in ritirata, manu militari e con gli ordini impartiti ai dipendenti dell'Istituto, mentre si mostravano le mitragliatrici cariche e pronte all’uso. Per i prestiti ottenuti dal Fondo monetario internazionale e dalla Bundesbank negli anni Settanta, per le conseguenze dello shock petrolifero e dell'impennata dell'inflazione con gli impatti sulla lira, una quota delle riserve fu posta a garanzia, ma ciò avvenne, naturalmente, con il raccordo tra Banca d'Italia e governi dell'epoca (prima Rumor, poi Moro).
A questo servono le riserve, sapendo bene che si tratta di condizioni assolutamente eccezionali, come si verificarono poi, a distanza di quasi venti anni, con il crollo della lira per gli attacchi speculativi nel 1992.
Aprire un fronte sulle riserve in sede politica e poi inserire questa materia nella legge di bilancio si espone al rischio che le istituzioni e gli intermediari internazionali, i risparmiatori e gli investitori, in particolare i sottoscrittori di titoli pubblici, siano indotti a credere che il Paese sia quasi con l’acqua alla gola, pur non essendo affatto vero, ma questo è l’effetto che si rischia di produrre, a maggior ragione quando, poi, il primo partito italiano stila un rapporto con il quale agita il timone di un trafugamento dell'oro, tra un film giallo poliziesco e una commedia da Salone Margherita di un tempo, con tutta la rispettabilità di quest'ultimo.
Il tempo che è stato dedicato all’emendamento in questione, che è stato necessario correggere rispetto alla prima formulazione, ben avrebbe potuto essere dedicato a compiti più seri e rispondenti agli interessi generali. Ne avevamo subito scritto su queste colonne auspicando l’approdo che ora si è conseguito, essendo stato rifiutato di percorrere la via maestra, quella cioè dello stralcio dell'emendamento. Quanto è accaduto vale comunque come insegnamento. (riproduzione riservata)