L’amministrazione Usa guidata da Donald Trump ha accelerato la frammentazione globale. La velocità del cambiamento è stata superiore alle attese con il nuovo presidente americano, ma la direzione era segnata da tempo riguardo alla riconfigurazione delle filiere produttive e degli scambi commerciali.
Il logoramento dei rapporti politici ed economici internazionali ha «radici profonde», come ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta che perciò ha aggiunto: «Le attuali aspre dispute commerciali non sono un malessere temporaneo». Si sta imponendo, ha rilevato Panetta nelle Considerazioni Finali, «un ordine multipolare in cui aumenta il peso dei rapporti di forza» e perciò «dobbiamo prepararci a navigare in acque incerte».
L’Europa dovrà affrontare questo scenario in una posizione di vulnerabilità legata a «fragilità strutturali» e a un modello economico «da ripensare» secondo Panetta. Il primo punto debole riguarda la produttività e l’innovazione tecnologica. Negli ultimi trent’anni, la produttività del lavoro nell’Unione Europea è cresciuta del 40%, oltre 25 punti percentuali in meno degli Stati Uniti. Dal 2019 il divario si è ampliato: in Europa la produttività è aumentata del 2%, contro il 10% negli Stati Uniti, dove è stata spinta soprattutto dai settori a tecnologia avanzata. «Questo ritardo riflette principalmente la difficoltà di innovare», ha detto Panetta.
In rapporto al pil le imprese europee investono in ricerca e sviluppo la metà di quelle statunitensi. «Gran parte di questi investimenti proviene da realtà attive da decenni in settori a tecnologia intermedia, come quello automobilistico. È invece debole l’apporto delle aziende giovani e innovative», ha osservato il governatore della Banca d’Italia.
Inoltre in Europa la spesa pubblica per ricerca e sviluppo è di entità paragonabile a quella statunitense, ma è frammentata tra Stati. La ricerca scientifica è su livelli d’eccellenza ma questo si traduce in una limitata produzione di brevetti. Nell’intelligenza artificiale, ad esempio, i brevetti europei sono meno di un quinto di quelli statunitensi.
In tempi di dazi, anche l’apertura internazionale è diventata un punto di vulnerabilità. Dopo la crisi finanziaria globale, come ha ricordato Panetta, l’Europa ha puntato sulla competitività esterna, mentre l’austerità fiscale ha compresso la domanda interna. L’avanzo commerciale è così quadruplicato al 3,2% del pil, a fronte del calo dell’incidenza di consumi e investimenti.
L’Europa ha superato anche la Cina in termini di apertura commerciale, misurata come somma di import ed export in percentuale del pil (si veda grafico in pagina). Nel frattempo è aumentata la dipendenza da Paesi esteri su energia e beni strategici, anche nei confronti di Pechino.
Nella manifattura l’Europa ha visto erodere il vantaggio competitivo, soprattutto nei confronti della Cina, anche nei settori a tecnologia intermedia e avanzata. Quanto ai servizi, il surplus europeo è legato più a turismo e trasporti che al comparto digitale, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti. Infine, ha aggiunto il governatore di Bankitalia, «resta irrisolto il nodo degli alti costi dell’energia».
Lo scenario è così sempre più complicato per l’Europa che per Panetta «non può permettersi di restare ferma» e «deve avere la capacità di superare i particolarismi nazionali». Il numero uno di Bankitalia ha rinnovato l’invito a un «patto europeo per la produttività» che abbia come perno, oltre all’uso di capitali privati, anche l’emissione di un titolo pubblico europeo. Un eurobond consentirebbe di finanziare gli investimenti e nello stesso tempo dare un riferimento ai mercati di capitale. L’Ue ha varato la cosiddetta «Bussola per la competitività» che però non affronta la questione delle risorse.
Secondo stime di Bankitalia, un mercato dei capitali integrato, con al centro un titolo comune europeo, «ridurrebbe i costi di finanziamento per le imprese attivando investimenti aggiuntivi per 150 miliardi di euro all’anno e innalzando, a regime, il prodotto dell’1,5%». L’effetto sul pil potrebbe risultare fino a tre volte maggiore «se i nuovi investimenti fossero destinati a progetti ad alto contenuto tecnologico».
Per emettere safe asset, ha ricordato Panetta, non servono un’unione fiscale e un ministro delle Finanze Ue, come ha dimostrato l’esperienza di Next Generation Eu.
Le risorse comuni per il governatore andrebbero destinate alla tecnologia e anche alla difesa. In quest’ultimo ambito la proposta della Commissione «rischia di accrescere le disuguaglianze tra Paesi» poiché si basa su fondi nazionali e prestiti, in assenza di debito europeo.
Intanto nell’immediato l’area euro deve affrontare una ripresa fragile su cui peserà l’incertezza dei dazi. Panetta ha ricordato che gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco per i prodotti europei. Gli Usa pesano per un quinto delle esportazioni totali. Inoltre ora la Cina, colpita dai dazi, aumenterà la pressione competitiva sul mercato Ue.
La fiducia degli investitori resta labile e anche la politica monetaria dovrà mantenere un approccio «pragmatico e flessibile» secondo il governatore.
Lo spazio per riduzioni dei tassi si è ridotto dopo i tagli già varati dalla Bce (un’altra sforbiciata arriverà con ogni probabilità il 5 giugno), anche se le tensioni commerciali potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro economico.
Nel nuovo mondo multipolare e frammentato, l’unica strada per l’Europa secondo Panetta è una maggiore integrazione attraverso il rafforzamento del mercato unico, minori barriere tra Paesi, regole semplificate, un maggior spazio per la domanda interna, un mercato dei capitali basato su un safe asset comune. In questi ambiti l’Europa ha finora esitato. Si vedrà nei prossimi mesi se gli ostacoli saranno superati grazie all’impulso della svolta di Trump. (riproduzione riservata)