L'Europa si trova in una trappola di liquidità? Secondo gli analisti di S&P Global Rating non ancora. La cosiddetta “trappola di liquidità” si verifica quando i consumatori e le imprese preferiscono detenere denaro contante piuttosto che investirlo, spesso perché considerano i rendimenti di altri investimenti troppo poco allettanti. Questo, a sua volta, ostacola le capacità di una banca centrale di creare inflazione, perché la domanda resta depressa: infatti, il denaro può essere creato, ma se viene semplicemente tenuto fermo in “cassa” piuttosto che speso o investito, allora questo rende di fatto vano (o quasi) lo sforzo degli istituti centrali. L'Europa è stata spesso vicina a cadere nella cosiddetta trappola di liquidità, e tale rischio potrebbe essere ora ancora più consistente rispetto a quanto lo sia stato in passato.
La curva dei rendimenti nei Paesi dell'Europa centrale, quelli definiti da S&P "stracolmi di risparmi", è attualmente piatta e prossima allo zero, e i depositi bancari delle famiglie e delle imprese sono a un livello medio pari al 126% del pil, dopo che i governi hanno esteso il sostegno finanziario ai lavoratori e alle imprese, in modo da poter resistere agli shock del Covid-19. “Tuttavia”, sottolineano gli analisti di S&P, “ciò non significa che l'Europa sia già caduta nella famigerata trappola di liquidità. Dopo tutto, i cittadini europei hanno avuto poche opportunità per spendere i propri soldi, con i negozi continuamente chiusi tra lockdown e misure restrittive. Quando le restrizioni sono state temporaneamente revocate nell'estate del 2020, le famiglie hanno speso liberamente, ridimensionando notevolmente i loro risparmi”.
Per di più, l'investimento produttivo, cioè nel capitale fisso o in asset intangibili per le imprese, da utilizzare per la produzione di beni e servizi, è stato abbastanza resiliente l'anno scorso, con molte società che hanno ridotto gli investimenti per precauzione. In effetti, la crescita degli investimenti produttivi è aumentata più rapidamente da quando la Banca centrale europea ha introdotto i tassi di interesse negativi e il quantitative easing nel 2014. Pertanto, “la politica monetaria non sembra aver perso tutto il suo potere”, argomentano gli strategist, che definiscono "dannoso" il fatto che le ingenti quantità di liquidità immesse nella zona euro durante la pandemia non abbiano trovato un uso produttivo.
"La quota di cash to financial assets detenuta dalle società è cresciuta di 2 punti percentuali, raggiungendo il record del 12,3% nel terzo trimestre 2020, in calo marginale all'11,8% nel quarto trimestre 2020. Più di due terzi delle transazioni finanziarie delle famiglie sono “atterrate” su conti bancari, mentre meno del 2% è stato utilizzato per aumentare le partecipazioni dirette, mettendo l'Europa in una posizione di ritardo rispetto ad altre economie", sottolineano. L'uso improduttivo dei risparmi dell'Unione europea non è solo una parentesi infelice per i risparmiatori, ma si configura come altamente dannoso per le piccole e medie imprese europee, che soffrono di una sostanziale carenza di capitale pari a circa il 2-3% del Pil secondo il Fmi. Questo divario si è allargato a causa della pandemia, ed è chiaro che avendo più capitale proprio a disposizione potrebbe portare ad una definitiva accelearata sugli investimenti, l'innovazione e la crescita "green".
Secondo S&P, ci sono due modi per evitare una trappola di liquidità. Il primo è l'espansione fiscale, il secondo è che la banca centrale abbassi il limite inferiore effettivo sui tassi di interesse. "In questo quadro, si potrebbe sostenere che la pandemia abbia contribuito a ridurre il rischio di una trappola di liquidità innescando una risposta politica audace, sia monetaria che fiscale. Senza la pandemia, probabilmente non si sarebbe preso in considerazione la possibilità di finanziare il Green Deal dell'Ue con l'emissione congiunta di debito, o le norme di bilancio dell'Ue non sarebbero state allentate. La Bce non avrebbe probabilmente alleggerito ulteriormente le condizioni di rifinanziamento per le banche e spinto i rendimenti a lungo termine in territorio negativo", sottolineano gli esperti.
Ciò, teoricamente, avrebbe dovuto incentivare le banche ad applicare tassi di interesse negativi su tutti i depositi dei clienti ma, invece, "lo hanno fatto principalmente sui depositi societari piuttosto che su quelli delle famiglie, e in maniera lenta e irregolare". Spingendo ulteriormente su queste due leve, i governi e la Bce potrebbero impedire all'Europa di cadere in una trappola di liquidità. Tuttavia, ciò non renderebbe comunque i risparmi più produttivi. Tale obiettivo può essere raggiunto completando la cosiddetta “Unione dei mercati dei capitali” e, soprattutto, incentivando gli investitori retail ad aumentare le loro partecipazioni azionarie.
Per aumentare l'inclusione finanziaria, "è essenziale migliorare l'accesso ai consulenti finanziari indipendenti e l'alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori, al di là delle revisioni previste del quadro normativo per le banche e gli investitori istituzionali, come i fondi di investimento e le compagnie di assicurazione. Incentivi fiscali e commissioni più basse per gli investitori retail contribuirebbero anche a spostare i risparmi verso partecipazioni dirette o indirette, qualora le banche rimanessero titubanti nel portare i loro tassi di interesse sotto zero", evidenziano da S&P.
Secondo l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, gli investitori retail continuano a perdere denaro a causa degli elevati costi dei prodotti di investimento, pagando in media circa il 40% in più degli investitori istituzionali tra le diverse classi di attivi. Naturalmente, il completamento dell'Unione dei mercati dei capitali "non escluderebbe i progressi nei progetti di unione bancaria, che potrebbero anche contribuire ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei capitali e della liquidità a livello transfrontaliero. In un mondo post Covid-19, l'alternativa "povera" al completamento dell'Unione dei mercati dei capitali, insieme all'Unione bancaria, sarebbe che gli Stati Ue colmassero il deficit di capitale delle Pmi, ma questo comporterebbe maggiori tasse", concludono gli esperti. (riproduzione riservata)