L'ordine globale è «ormai defunto» ha tuonato Mario Draghi nel corso della cerimonia in cui gli è stata conferita la laurea honoris causa dall'Università Ku Leuven, in Belgio.
Il fallimento del sistema non è dovuto al fatto che «si basava su illusioni ma risiede in ciò che non è riuscito a correggere», ha spiegato l’ex premier. Si registrano infatti «vantaggi reali e ampiamente condivisi» prodotti dall’ordine mondiale finora in vigore. «Per gli Stati Uniti, in quanto potenza egemone, attraverso un'influenza indiscussa in tutti i settori e il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale; per l'Europa attraverso una profonda integrazione commerciale e una stabilità senza precedenti; e per i Paesi in via di sviluppo attraverso la partecipazione all'economia globale, che ha fatto uscire miliardi di persone dalla povertà».
Per l'ex governatore della Bce «il crollo di questo ordine non è di per sé una minaccia. Un mondo con meno scambi commerciali e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l'Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che lo sostituisce».
In particolare si sta delineando «un futuro in cui l'Europa rischia di diventare contemporaneamente divisa, subordinata e deindustrializzata. E una Europa che non riesce a difendere i suoi interessi, non potrà preservare a lungo i suoi valori».
Ci «troviamo davanti agli Stati Uniti che, quantomeno nella loro postura attuale, mettono enfasi sui costi che si sono sobbarcati ignorando i benefici che hanno ottenuto», che impongono dazi sull'Europa, «che minacciano i nostri interessi territoriali e che, per la prima volta, dicono in maniera esplicita che vedono una Europa frammentata come una cosa che va nel loro interesse». Al tempo stesso la Cina «controlla snodi critici delle catene di approvvigionamento globali e mostra di voler sfruttare questa leva, costringendo gli altri a sopportare il peso dei suoi squilibri».
Di fronte a questo quadro, Draghi ha rilanciato la sua idea di quello che ha chiamato «federalismo pragmatico». «Pragmatico perché dobbiamo muovere i passi che al momento sono possibili, con i partner che sono disponibili a farli e sui settori in cui possono essere compiuti progressi. Ma anche federalismo perché la meta conta. L'azione comune e l'interesse reciproco creati devono diventare le fondamenta per istituzioni con veri poteri decisionali: istituzioni in grado di agire in maniera risoluta in tutte le circostanze», le parole di Draghi.
Dunque l’Europa dovrebbe passare da essere una confederazione a rappresentare una federazione. Non basta, infatti, aggiunge Draghi «raggruppare piccoli Paesi a produrre automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica con cui l'Europa opera ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali».
Invece dove «l'Europa si è federata - sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo che si stanno negoziando con l'India e l'America Latina». Al contrario, continua l’ex premier, «dove non lo abbiamo fatto - in materia di difesa, politica industriale, affari esteri - siamo trattati come un insieme disorganico di Stati di medie dimensioni, da dividere e trattare di conseguenza».
Ma ci sono molteplici punti di intersezione. Ad esempio «dove sicurezza e commercio si incontrano, i nostri punti di forza non possono proteggere le nostre debolezze. Un'Europa unificata sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il proprio potere commerciale sfruttato a scapito della propria dipendenza in materia di sicurezza, come sta accadendo ora».
L’approccio di federalismo pragmatico suggerito da Draghi «ci farebbe uscirebbe dallo stallo in cui ci troviamo adesso e lo faremmo senza vederci subordinati a chicchessia». In poche parole l'Europa deve decidere se restare semplicemente «un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri» o se adottare «le misure necessarie per diventare un'unica potenza». (riproduzione riservata)