L’euro frena la sua corsa (-0,24% a 1,1777 dollari) dopo nove sedute consecutive di rialzi, un evento raro: l’ultima volta risale al 17 settembre 2009, segnala Gabriel Debach, market analyst di eToro. Allora la serie si fermò a dieci, record storico dall’entrata in vigore della moneta unica. Ma non è il numero a colpire: è la qualità del movimento. Il Roc (rate of change) a 9 giorni è a +2,85%, ben lontano dai +5,11% del 21 aprile. «Non è una corsa adrenalinica: è una salita razionale», osserva Debach. «Più una maratona che uno sprint». Il Dollar Index ha rotto al ribasso la soglia dei 97 punti, quota a 96,54.
Ma c’è di più. L’euro/dollaro ha appena archiviato uno dei migliori primi semestri della sua storia: +13,8% da inizio anno, «una performance così solida da non trovare eguali dal secondo semestre del 1991, quando la moneta unica (all’epoca ancora sotto forma di Ecu) aveva messo a segno un rimbalzo analogo. Se si guarda alla serie storica ricostruita del cambio euro-dollaro, bisogna addirittura tornare al 1973 per trovare un primo semestre con una dinamica comparabile», prosegue l’esperto di eToro. «In altre parole, non siamo di fronte a un semplice rimbalzo tattico, ma a un evento tecnico e ciclico di portata storica».
In questo contesto si inserisce l’osservazione della presidente della Bce, Christine Lagarde: il 2025 sarà ricordato come un anno di svolta, «poiché gli investitori stanno cercando alternative al dollaro. Per Debach è una dichiarazione che pesa. Perché, pur senza mettere formalmente in discussione l’egemonia del biglietto verde, Lagarde ammette che il suo ruolo è oggi sotto osservazione come non accadeva da almeno due decenni. Naturalmente, la Lagarde ha precisato che il rafforzamento dell’euro, almeno per ora, «riflette le condizioni di mercato e la forza dell’economia europea».
Le proiezioni macroeconomiche ufficiali dell’Eurosistema, pubblicate il 5 giugno scorso, vedono la crescita del pil per il 2025 confermata allo 0,9%, ma con un outlook peggiorato per il resto dell’anno. La stima per il 2026 è stata rivista al ribasso all’1,1%. Ma è proprio questa tensione, tra lettura tecnica e realtà macro, a rendere la dinamica attuale così interessante: l’euro si rafforza, ma non è detto che la Bce lo desideri. E ancor meno è chiaro se sarà in grado di gestirne le conseguenze, avverte Debach.
Se l’euro si sta rafforzando, non è solo questione di Fed, Bce o differenziali di crescita. È anche un riflesso del graduale processo di erosione del dominio del dollaro. Dai dati dell’Atlantic Council, si osserva che la quota del biglietto verde nelle riserve globali è scesa sotto il 57%, e in molti indicatori, dai pagamenti cross-border alla composizione del debito sovrano, si registrano segnali di de-dollarizzazione selettiva, nota sempre Debach secondo il quale più che un cambio forte, l’euro/dollaro riflette una perdita di egemonia sistemica: il centro si sposta, i flussi si diversificano, le riserve si riposizionano.
Dal punto di vista tecnico, il cambio sta testando una soglia che potremmo definire trinitaria: 1,20, non è solo una resistenza. È un crocevia. «Se l’euro/dollaro dovesse superare quota 1,20, non sarebbe solo un breakout tecnico. Sarebbe il segnale di un nuovo equilibrio valutario globale che si sta formando lentamente: una Bce fragile ma stabile, un dollaro in ritirata, un’Asia che esporta deflazione, un’Europa che, nonostante tutto, torna ad attrarre flussi come porto sicuro secondario», afferma Debach. Ma non è la prima volta che si assiste a una dinamica simile. Anche sotto la prima amministrazione Trump, il cambio aveva già registrato un rally poderoso: tra luglio 2017 e febbraio 2018 l’euro si era apprezzato di oltre il 20%, spingendosi fino in area 1,26. La scintilla? «L’escalation commerciale tra Stati Uniti e Cina. Oggi, con Trump tornato in campo e lo spettro di nuovi dazi unilaterali all’orizzonte, ma non solo, il mercato sembra riconoscere un pattern familiare»
Anche Roberto Mialich, FX Strategist Global di Unicredit Bank, rimane rialzista sull’euro/dollaro in vista della scadenza chiave sui dazi negli Stati Uniti prevista per mercoledì 9 luglio. «Il recente conflitto tra Israele e Iran ha offerto solo un supporto limitato e di breve durata alla valuta statunitense, confermandone l’appeal ridotto come valuta rifugio privilegiata, anche quando i rischi geopolitici aumentano improvvisamente e bruscamente. Le nuove pressioni sulla Fed da parte del presidente statunitense, Donald Trump, e la possibilità di una nomina anticipata di un nuovo presidente per la banca centrale americana, più incline a tagliare i tassi, hanno indebolito ulteriormente il biglietto verde», sottolinea Mialich.
I dati sul posizionamento del mercato in termini di numero di contratti all’International Money Market (IMM) mostrano quanto sia stata brusca la caduta dell’esposizione totale al dollaro finora quest’anno, dopo un’accumulazione altrettanto rapida seguita alla vittoria elettorale di Trump nel novembre scorso. «Gli investitori sono tornati a posizioni nette ribassiste sul dollaro e bisogna risalire al 2020, durante la pandemia di Covid-19, per trovare una maggiore esposizione netta corta sul dollaro.
I dati mostrano anche che i principali artefici del rialzo dell’euro/dollaro quest’anno sono stati soprattutto i gestori di fondi, più che i fondi speculativi, probabilmente in parte per coprire i propri investimenti in asset statunitensi», spiega lo strategist di Unicredit che, quindi, resta ribassista sul dollaro, sebbene una visione più debole della valuta statunitense sia ormai condivisa da molti investitori e numerosi indicatori tecnici suggeriscano che il biglietto verde sia ipervenduto.
L’assenza di una recessione negli Stati Uniti e un allentamento monetario da parte della Fed meno intenso rispetto a quanto previsto dai mercati (lo scenario di base di Unicredit Bank) potrebbero al massimo ridurre l’intensità di un ulteriore calo del dollaro nei prossimi mesi. Nel breve termine, la prossima prova importante per l’euro/dollaro sarà la scadenza tariffaria statunitense prevista per mercoledì prossimo, quando l’amministrazione Trump prevede di imporre dazi del 50% su quasi tutti i prodotti dell’Ue, con l’Europa che probabilmente risponderà con contromisure.
Gli ultimi segnali da entrambe le parti lasciano intendere che si potrebbe raggiungere un’intesa – o forse un accordo commerciale meno severo che includa dazi del 10%, per evitare un’escalation economicamente dannosa. In tal caso, appare più probabile che il cambio si rafforzi ulteriormente, o al massimo consolidi intorno ai livelli attuali, piuttosto che subire forti vendite, poiché i mercati guarderebbero con favore agli effetti positivi sulla crescita dell’area euro e meno alle preoccupazioni sull’inflazione negli Stati Uniti. Anche in tal caso, tuttavia, eventuali ritirate dell’euro sarebbero probabilmente viste come nuove opportunità di acquisto. La Bce ha sottolineato la necessità di monitorare la velocità dell’apprezzamento dell’euro. Tuttavia, continuiamo ad attenderci che il cambio euro/dollaro si mantenga vicino a 1,20 entro la fine dell’anno». (riproduzione riservata)