Le società di pagamento Usa (tra cui Visa, Mastercard e Paypal) hanno perso in borsa 127 miliardi di dollari in totale nei giorni in cui i banchieri centrali hanno parlato di una possibile introduzione dell’euro digitale. Nello stesso tempo quelle europee (tra cui Adyen, Worldline e Nexi) hanno visto salire il valore di 23 miliardi. L’effetto sulle banche è stato irrilevante. È stata questa la reazione dei mercati a oltre 150 interventi di banchieri centrali tra il 2016 e il 2022, secondo quanto emerge in un paper di quattro economisti (Tobias Berg, Jan Keil, Felix Martini e Manju Puri).
«Quando i discorsi delle banche centrali sull’euro digitale hanno un orientamento positivo, un indice ponderato per il valore delle società di pagamento europee aumenta di 56 punti base il giorno del discorso. Contemporaneamente, un indice equivalente delle imprese di pagamento Usa diminuisce di 19 punti base», ha rilevato l’analisi.
Gli economisti hanno così individuato una «dimensione geopolitica» dell’euro digitale: «I sistemi di pagamento sono un’infrastruttura critica e le Cbdc (Central Bank Digital Currency, ndr) possono promuovere il controllo locale sugli schemi di pagamento, riducendo così la dipendenza da operatori stranieri», sottolinea il paper. «L’argomento dell’autonomia è particolarmente rilevante nel contesto dell’euro digitale, in quanto le società Usa come Visa, Mastercard e PayPal svolgono attualmente un ruolo importante nel panorama europeo dei pagamenti».
Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo Bce, ha citato il paper nei giorni scorsi a un convegno della Consob evidenziando che il 64% delle transazioni elettroniche con carte oggi è realizzato in Europa con operatori internazionali.
A fine aprile Cipollone, che da novembre è diventato responsabile del progetto dell’euro digitale al posto di Fabio Panetta, ha evidenziato che «a causa della frammentazione del mercato europeo, le transazioni transfrontaliere all’interno dell’area euro sono diventate dipendenti da un numero molto ridotto di operatori non europei». L’Ue si trova così in una «situazione paradossale» poiché gli sforzi per accelerare la digitalizzazione generano entrate aggiuntive per i gruppi non-Ue, la cui quota di mercato è in continuo aumento.
In questo scenario ci possono essere problemi di concorrenza (tali da comportare costi più alti per individui e imprese) e barriere all’ingresso (come quelle di Apple nei wallet su cui sta indagando la Commissione Europea, si veda MF-Milano Finanza del 19 aprile).
Inoltre l’Europa è esposta all’introduzione di una stablecoin in euro da parte di una bigtech che produrrebbe conseguenze rilevanti per la stabilità finanziaria. Al contrario l’impatto dell’euro digitale sarà mitigato da limiti e caratteristiche specifiche. Paypal ha già lanciato una stablecoin in dollari.
Il mercato ritiene inoltre che le conseguenze sulle banche, a volte temute in Europa, siano nel complesso limitate. Gli operatori sono preoccupati semmai da uno scenario in cui le società Usa escludano sempre di più gli istituti di credito europei dal settore dei pagamenti.
L’impatto sulle banche è gestibile» secondo una differente analisi di economisti Bce che hanno stimato una sostituzione dei depositi per 500 miliardi in caso di utilizzo «moderato» dell’euro digitale. Con un limite di 3 mila euro per persona, l’impatto massimo sarebbe di circa mille miliardi. Ma l’effetto sarebbe ridotto anche come conseguenza della sostituzione delle banconote (che già oggi sono una passività della banca centrale e non degli istituti commerciali) e del probabile avvio di rifinanziamenti Bce a sostegno della liquidità delle banche. (riproduzione riservata)