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Etf, rivoluzione ai raggi X
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Etf, guida per orientarsi tra le strategie e i costi. Ecco come dosarli in portafoglio

28 giugno 2024, 19:35 Ultimo aggiornamento: 19:48

Ormai negli Usa i fondi passivi sfidano a livello di masse quelli attivi, e hanno fatto breccia nei portafogli istituzionali. Prodotti attivi, a scadenza, multi-asset, tematici: sul mercato si sono affacciate tante novità. Ecco il giusto mix tra nicchie e strategie  core    | PODCAST Cosa sono gli Etf e come investirci

La rivoluzione iniziata negli anni Novanta è stata finalmente compiuta alla fine del 2023. Per la prima volta nella storia, secondo quanto certificato da Morningstar, le masse investite in fondi passivi hanno superato quelle investite in fondi attivi, sopra quota 13 mila miliardi di dollari. E tra questi fondi passivi, va da sé, la maggioranza è rappresentata dagli Etf, che a dicembre dello scorso anno sono arrivati, sempre negli Usa, a 8,12 mila miliardi (dati Etfgi) e a 13 mila miliardi a livello mondiale (fonte BlackRock).L’Europa non è immune al fascino di questi prodotti di investimento che in area Emea (quindi Europa, Medio Oriente e Africa) hanno raccolto lo scorso anno 160 miliardi di dollari, e nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già superato quota 86 miliardi di afflussi.

Una rivoluzione silenziosa

Iniziata negli anni Settanta con la pubblicazione del libro «A random walk down Wall Street» di Burton Malkiel e con i primi fondi indicizzati di Vanguard targati John Bogle, l’ascesa dei fondi indicizzati prima e degli Etf poi (la differenza è che questi ultimi sono quotati e quindi liquidi) ha progressivamente rosicchiato quote di mercato nell’industria dei fondi comuni. Anche in Europa, secondo quanto calcolato dalla società di consulenza EY, la fetta della torta in mano agli Etf è passata dal 4% del 2013 a 9% circa attuale. Le ragioni del successo sono perlopiù note: «Gli Etf sono nati come strumenti che hanno reso gli investimenti democratici», spiega Simone Rosti, responsabile per l’Italia e il Sud Europa di Vanguard. «Si tratta di strumenti semplici, a basso costo, diversificati ed efficienti, anche per ragioni di liquidità. Di fatto hanno consentito a tutti gli investitori l’accesso a strategie che fino a qualche anno fa erano riservate solo agli istituzionali».

L’arrivo degli istituzionali

Inizialmente pensati per una clientela retail evoluta, che avesse le conoscenze per approcciarsi agli investimenti con una logica di fai-da-te, oggi gli Etf hanno fatto fatto breccia in due categorie di investitori molto diverse tra loro. Da una parte «il retail, alla ricerca di soluzioni semplici e diversificate in risposta alle esigenze in evoluzione di un segmento emergente e variegato come quello dei Millenials, tramite il canale digitale», sottolinea l’head of iShares and wealth Southern Europe di BlackRock Luca Giorgi. Dall'altra «gli investitori istituzionali, che prediligono gli Etf per rendere più efficienti i portafogli e abbassare i costi di gestione sui prodotti finali».

Come usarli in portafoglio

Prendendo come riferimento un investitore retail evoluto, come usare gli Etf in portafoglio? «Il loro ruolo deve essere core», afferma Rosti. «Troppo spesso, in passato, gli Etf sono stati accostati a nicchie o a specifici temi esotici: ma in realtà dovrebbero costituire la parte centrale del portafoglio, con l’approccio più globale e diversificato possibile». Paradossalmente, evidenza il manager, «si può costruire un portafoglio con due soli Etf, un azionario e un obbligazionario globale, che possono poi essere integrati con fondi comuni, titoli o singoli temi». Questa esposizione core, con azionario e obbligazionario «bilanciati tra loro in base al profilo di rischio», può rappresentare secondo Rosti «dal 60% al 75% del portafoglio complessivo». Per Giorgi anche il contesto di mercato conta: «Il nuovo regime ha caratterizzato un’ulteriore opportunità per l’utilizzo degli Etf: l’elevata volatilità macro con tassi di interesse e inflazione a livelli strutturalmente più alti ha reso necessario un approccio più dinamico e granulare nella costruzione del portafoglio».

Attivi, ma con gli Etf

In un contesto in cui gli investitori chiedono sempre più questi strumenti, le case di gestione stanno rispondendo affiancando all’offerta core tutta una serie di altri prodotti più di nicchia. Un esempio è quello degli Etf attivi, in cui si distinguono tra le altre società di gestione del peso di BlackRock, Jp Morgan Am e Fidelity. Proprio Fidelity ha elaborato il prospetto che riassume potenziali vantaggi e svantaggi degli Etf attivi. Tra i punti di forza rientrano la possibilità dei gestori di modificare le loro partecipazioni a seconda dei contesti di mercato (lo stesso principio dei fondi attivi), ma con la trasparenza e la liquidità – sono negoziati in borsa – propria degli Etf passivi. E di riflesso, con strutture di costo in genere più snelle rispetto ai fondi comuni, anche se maggiori di quelle degli Etf che replicano gli indici. Inoltre gli Etf attivi consentono di presidiare mercati di nicchia in cui l’esposizione indicizzata potrebbe risultare inefficiente e «permettono di unire i benefici del veicolo con la ricerca proprietaria al fine potenziare l’alpha del portafoglio», aggiunge Giorgi.

La logica dei bond

Un altro trend che si sta affermando è quello degli Etf a scadenza, ambito nei quali sia BlackRock sia Amundi sono salite nelle ultime settimane agli onori delle cronache per una serie di Etf sui Btp italiani. «L’inclinazione a utilizzare sempre di più prodotti con rendimenti specifici per mitigare i rischi», prosegue Giorgi, «ha portato al lancio degli Etf obbligazionari a scadenza fissa per catturare l’opportunità storica nel reddito fisso». BlackRock ha lanciato proprio una gamma dedicata, iBonds (3,7 miliardi raccolti in nove mesi), formata da prodotti che si comportano come bond ma diversificando le obbligazioni al loro interno: tutte le emissioni che compongono un Etf vanno a scadenza nello stesso anno. Mano a mano che i singoli titoli vanno a scadenza vengono reinvestiti in strumenti di liquidità, cioè obbligazioni a brevissimo termine, fino ad arrivare alla data di scadenza finale, quando il prodotto viene delistato e il nav viene liquidato.

La logica dei temi

C’è poi tutto un filone che si sta concentrando sull’investimento tematico, che fino a poco tempo fa era considerato difficile da cavalcare con un approccio indicizzato (approfondimento in fondo all’articolo). «Stiamo osservando una domanda in crescita per gamme di prodotti sempre più mirate, in grado di colmare alcuni gap di esposizioni dell’asset allocation di secondo livello», conferma Giorgi. Tra queste il manager annovera «strumenti che danno accesso al mercato dei governativi indiani o a micro-settori di interesse specifico che beneficiano di determinate mega-forze, come l’intelligenza artificiale o l’ascesa della digital economy, quindi semiconduttori, produttori di rame o telecomunicazioni».

La frontiera dei multi-asset

Un’ultima frontiera per investitori retail sofisticati è quella degli Etf multi-asset, in cui Vanguard gioca un ruolo da protagonista. Si tratta di fatto di portafogli modello in Etf, che combinano strumenti indicizzati nell’ambito di asset allocation strategiche e rappresentano la guida di base per chi volesse realizzare portafogli diversificati a basso costo. «Gli Etf multi-asset che hanno catturato l’attenzione di una clientela evoluta che vuole investire in strumenti semplici, poco costosi, efficienti ma con un portafoglio predefinito e contenuto nello strumento Etf», sottolinea Rosti.

Il ruolo delle nicchie

Infine, una considerazione finale riguarda il peso di questi Etf di nicchia nell’ambito di un portafoglio più ampio. «Da anni», ricorda Rosti, «i principali investitori istituzionali mondiali investono negli strumenti più core, come quelli sull’indice S&P 500, e più diversificati, come gli azionari globali». Nonostante i trend, insomma, «a oggi l’85-90% delle masse risulta investita in strumenti core tradizionali. Ad esempio, negli ultimi due anni si è parlato molto di Etf Esg, ma ci si è resi conto che gli indici non-Esg possono performare meglio in alcune fasi di mercato». La morale, secondo il manager, «è che le nicchie costituiscono una componente ristretta del mercato e come tali vanno approcciate: Etf attivi, tematici e settoriali possono essere utilizzati per la parte satellite del portafoglio».

Due casi particolari

1) Amundi: per il mercato europeo focus su bond e Esg

Il mercato degli Etf ha matrice molto americana, ma tra i grandi attori della partita c’è anche una casa di gestione europea: la francese Amundi, che ha portato in questo mercato alcune caratteristiche proprie del modo di investire del Vecchio continente. «Un esempio è il tema dell’Esg», elenca Benoit Sorel, global head of Etf, Indexing & Smart Beta. «L’Europa è alla guida degli investimenti responsabili, con una regolamentazione avanzata e una profonda conoscenza da parte degli investitori: per questo abbiamo portato sul mercato una vasta gamma di Etf Esg».

C’è poi tutto il tema del reddito fisso, vista la predilezione degli europei (italiani in primis) per i bond in portafoglio. «Gli investitori sono sempre più alla ricerca di soluzioni efficienti e flessibili, per navigare mercati incerti», sottolinea Sorel: in ambito Etf la soluzione una possibilità è quella di puntare su «Etf a scadenza fissa esposti ai titoli governativi dell’Eurozona», che nel caso di Amundi include anche un Etf esposto ai Btp italiani». Oppure un prodotto «esposto ai titoli di stato in euro con un tilt sui green bond, che ha già raggiunto i 2,5 miliardi di patrimonio in gestione».

Il tema dei costi è prioritario su entrambe le sponde dell’Atlantico. Di recente Amundi ha rivisto al ribasso le commissioni di una gamma di Etf che comprende prodotti azionari core (come quelli sull’S&P 500 o sul Msci Europe), azionari Esg e climatici e obbligazionari sui Treasury americani e sui bond governativi e corporate in euro. Ad esempio il più classico degli Etf, quello sul S&P 500 americano, ha visto le commissioni di gestione scendere dallo 0,07% allo 0,05%. Qual è la logica di questa operazione? «Garantire ai clienti il beneficio delle economie di scala», osserva Sorel.

Infine, una peculiarità del mercato europeo è legata alla distribuzione dei prodotti. Un aspetto importante per fare breccia nella clientela del continente è, secondo il manager, «affiancare i distributori nella costruzione della loro offerta di soluzioni in Etf, e di fornire loro servizi di formazione e training dedicati». Anche perché, conclude Sorel, si sta notando negli ultimi anni «un aumento dell’uso degli Etf anche da parte degli investitori istituzionali, incluse le banche centrali», che utilizzano «sempre più spesso le soluzioni indicizzate, in particolare gli Etf, per essere più efficienti e reattivi al sentiment di mercato». (riproduzione riservata)

2) VanEck: prodotti tematici? L’indice è essenziale

Spesso si tende a considerare gli investimenti tematici come per esempio in intelligenza artificiale o difesa, come un presidio dei fondi attivi, per un tema legato alla selezione dei titoli da inserire in portafoglio. Ma anche gli Etf possono entrare nella partita, purché «il benchmark settoriale o riferito a una certa tematica sia stato sapientemente costruito», spiega Alessandro Rollo, product manager di VanEck. In questo caso «può avere maggior senso tracciarlo invece che cercare di batterlo», anche per una ragione legata ai «costi di gestione molto inferiori ai tradizionali fondi attivi».Certo, se si sceglie un Etf tematico le commissioni saranno maggiori rispetto a quelle di un prodotto generalista. «Questo è dovuto al fatto che la costruzione di tali Etf richiede sforzi molto più consistenti», dice Rollo. «È infatti necessario strutturare un indice che offra esposizione rilevante al tema e settore desiderato». Questo comporta «attività di ricerca, per comprendere quali società includere, e creazione di simulazioni varie come i backtesting in modo da analizzare performance passate in diversi scenari di mercato». A questo si va ad aggiungere peraltro «una licenza per utilizzare l’indice, cosa che comporta costi periodici».

Ma quali informazioni bisogna cercare per capire se l’indice in cui si sta investendo è stato ben costruito? «In primis gli investitori si devono assicurare di ottenere veramente esposizione alla tematica scelta». Le aziende selezionate «devono cioè essere pure-play, ovvero derivare una parte sostanziale dei ricavi da quel tema». Un altro fattore da non sottovalutare è quello legato alla liquidità: «Le aziende in cui si va a investire devono superare soglie minime in termini di volumi di scambio e capitalizzazione di mercato», sottolinea il manager.

Quanto ai singoli settori, oggi Rollo guarda «a quello della difesa e a quello minerario». Quest’ultimo, in particolare, «si trova al centro di trend importanti come transizione energetica e investimenti in infrastrutture». È inoltre supportato allo stato attuale «da fondamentali solidi e valutazioni attraenti». In aggiunta il manager guarda con interesse alle tematiche «dei semiconduttori e dell’energia nucleare, a nostro avviso molto promettenti in ottica futura». (riproduzione riservata)



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