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I ceo di Eni, Claudio Descalzi, e di Snam, Stefano Venier
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Eni rafforza la newco della Co2. Gli asset in dote dal Regno Unito all’Olanda

di Angela Zoppo
15 aprile 2025, 20:30 Ultimo aggiornamento: 20:34

Ecco cosa ci sarà nella sesta società satellite del gruppo. Confermate le tempistiche per l’avvio industriale del progetto Ravenna Ccs insieme con Snam, ma per la decisione finale sull’investimento ci vuole ancora tempo | Gas, Gas, lo sblocca-trivelle non basta. Si punta sul maxi-giacimento di Eni

La tabella di marcia per il lancio della fase industriale è confermata, anche se per la decisione finale d’investimento su Ravenna Ccs, il progetto che unisce Eni e Snam per la cattura e lo stoccaggio della Co2, si andrà al quarto trimestre 2026.

La tempistica finanziaria è legata alla definizione dell’assetto normativo e regolatorio necessario per garantire il ritorno dell’investimento, al quale sta lavorando il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Non basta, infatti, il supporto del decreto nazionale sull’energia che ha gettato le basi per lo sviluppo del mercato Ccs italiano: serve un vero e proprio modello di business.

Il finanziamento complessivo del progetto è previsto attraverso un mix di equity, grant, project financing e l’ingresso di un terzo investitore.

I piani per Ravenna, si punta anche ai fondi Ue

Il progetto è comunque favorito dall’inclusione nella lista dei Pci (Project of Common Interest) della Commissione Europeo che apre ai fondi comunitari del programma Connecting Europe Facility. Si attende a breve la risposta di Bruxelles. Come il partner Snam (che ha appena ricevuto l’upgrade di S&P da BBB+ ad A-), Eni considera strategico il dossier Ravenna, ma ha un motivo in più: insieme ai progetti già avviati in Gran Bretagna, è alla base della futura newco per la Ccs. E strategica, perciò, è anche la decisione di confermare l’avvio della fase industriale di Ravenna Ccs al 2026: da lì partirà il piano per portare la capacità a quattro milioni di tonnellate annue di Co2 entro il 2030. Secondo i dati di Snam, le manifestazioni di interesse non vincolanti raccolte da circa 60 operatori energivori italiani con alte emissioni di Co2 fanno stimare un potenziale di cattura pari a circa 27 milioni di tonnellate l’anno, sempre intorno al 2030.

La dote della futura newco

I tempi della Fid per Ravenna, non influenzano il piano industriale e nemmeno l’iter di Eni nella creazione della newco per il carbonio, attesa entro l’anno.

Il sesto satellite della galassia societaria, che già ha attirato l’attenzione di potenziali azionisti di minoranza, può contare sul conferimento di asset tra Gran Bretagna e Olanda, che mettono insieme un capitale di almeno mezzo miliardo di sterline, quasi 600 milioni di euro. La dote della newco comprende Eni Ccus Holding (255 milioni di sterline), Bacton Ccs (66 milioni, impegnata nel progetto Thames Net Zero), Tellus Ccs, Liverpool Bay Ccs (186 milioni, progetto Hynet), tutte nel regno Unito, ed Eni Netherlands Ccus, nei Paesi Bassi. In entrambi i Paesi, va ricordato, il business della cattura e stoccaggio del carbonio è stato inserito tra gli asset regolati, remunerati attraverso la Rab. (riproduzione riservata)



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