Eni ha ottenuto il via libera dal Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica e avviato l'iter autorizzativo per la conversione di alcune unità della raffineria di Sannazzaro dè Burgondi (Pavia) in bioraffineria. Il progetto prevede anche la costruzione di un impianto per il pre-trattamento degli scarti e residui che sono la carica prevalente con cui Enilive produce i biocarburanti Hvo. La nuova bioraffineria avrà una capacità produttiva di 550 mila tonnellate l’anno di carica e sarà flessibile nella produzione di Saf-biojet (carburante sostenibile per l'aviazione) e biocarburanti idrogenati Hvo diesel.
La notizia è positiva perché conferma gli obiettivi strategici di Eni di una crescita della capacità di bioraffinazione dalle attuali 1,65 milioni di tonnellate l’anno a oltre 3 milioni nel 2028 e oltre 5 nel 2030, con la possibilità di produrre fino 2 milioni di Saf entro il 2030. Attualmente la produzione di biocarburanti avviene nelle bioraffinerie Enilive di Venezia e di Gela, e nella bioraffineria St. Bernard Renewables (joint venture partecipata al 50%) in Louisiana negli Stati Uniti. A queste si aggiungeranno nel 2026 la terza bioraffineria in Italia, a Livorno, e, a seguire, le due bioraffinerie attualmente in costruzione in Malesia e in Corea del Sud; inoltre, un’ulteriore bioraffineria in Italia è stata annunciata in Sicilia, a Priolo.
A Piazza Affari il titolo Eni è salito in chiusura dell’1,71% a 14,84 euro in scia anche a JP Morgan che ha alzato il target price da 16 a 16,5 euro, confermando il giudizio di overweight. Sovrappresare l’azione in portafoglio grazie all’esecuzione operativa del colosso guidato da Claudio Descalzi, che migliora il bilanciamento tra leva e resilienza del gruppo rispetto al passato.
Il momentum positivo dovrebbe continuare fino a fine anno su più fronti, inclusa una maggior produzione per la divisione Esplorazione&Produzione nel secondo semestre, la riduzione significativa dei rischi entro la fine del terzo trimestre e la riduzione della leva finanziaria grazie alle dismissioni.
Contrariamente ai trend del settore, questo crea un «floor solido» per il buy-back da 1,5 miliardi di euro previsto per il 2025, mentre la crescita dei volumi nell’upstream supporta la resilienza dei payout a 65 dollari al barile nel 2026 (1,4 miliardi la stima di JP Morgan). «Riteniamo che questo renda il rendimento cash del 10,4% ancora più interessante», afferma JP Morgan, ricordando che sono oltre 4 miliardi i proventi attesi dalle dismissioni annunciate e da completare nei prossimi 6-12 mesi.
Il titolo Eni con un potenziale upside del 14% resta tra le best ideas di JP Morgan nel settore petrolifero europeo (JP Morgan si aspetta un eccesso di offerta di petrolio superiore a 2 milioni di barili al giorno dal quarto trimestre, mentre l’Opec+ ridurrà le quote) insieme a Shell (nuovo target price a 3.100 pence e upside potenziale del 19%), Repsol (nuovo target price a 16 euro e upside dell’11%) e TotalEnergies (nuovo target price a 61 euro e upside del 18%), tutte coperte con un rating overweight.
Confrontando i rendimenti cash con i payout e i parametri di break-even, Shell e Repsol sono più interessanti in termini di distribuzione del capitale agli azionisti: il rendimento del dividendo (atteso a 1,45 euro per azione a fine anno) della prima nel 2025 è stimato al 4,2% e nel 2026 al 4,3%; quello della seconda (1,04 euro per azione) al 6,7% e al 7,2%, rispettivamente. Non è da meno Eni con un dividendo stimato a 1,05 euro per azione a fine 2025 e rendimenti del 7,1% con il buy-back si arriva all’11,3%) e del 7,3%. (riproduzione riservata)