Agosto ha portato ad Eni un dividendo trimestrale di circa 170 milioni di dollari dalla controllata norvegese Var Energi, la società satellite dell’Oil & Gas di cui detiene il 63%. Il prossimo, di pari importo, arriverà il 28 ottobre. In totale, il Cane a sei zampe dovrebbe ricevere la stessa cedola del 2023, quando da Oslo è stato staccato un assegno complessivo equivalente a circa 689 milioni di dollari. Ma per capire davvero quanto fruttano ad Eni le cosiddette società satellite dell’upstream, può essere utile il dato complessivo: nel primo semestre 2024, i dividendi distribuiti dalle partecipate hanno superato il miliardo di euro, cedolone alimentato principalmente da Azule Energy, la jv in Angola con Bp, e da Var Energi. C’è sicuramente un altro elemento sottolineare, che si ricava dai documenti finanziari di Eni. Per restare a Var Energi, al 30 giugno 2024 la capitalizzazione di borsa della società norvegese, relativamente alla quota detenuta dal Cane a sei zampe, risultava superiore di quasi cinque miliardi di euro rispetto al suo valore di libro di 271 milioni di euro.
Trimestre dopo trimestre, e guardando in parallelo al percorso tracciato dal piano al 2027, il 2024 si sta confermando l’anno della consacrazione del modello satellitare, lo stesso che ha portato alla creazione di Plenitude ed Enilive, business prima diluiti nel mare magnum del gruppo e ora emersi con un valore di circa 22 miliardi di euro, attribuito direttamente dal mercato in base alle quote di ingresso degli azionisti di minoranza (Eip per Plenitude, a breve Kkr per Enilive). Mettendo da parte le due società destinate a portare in borsa gli asset legati alla decarbonizzazione, si può affermare che i satelliti funzionano anche applicati ai combustibili fossili, tanto che dopo Var e Azule il Cane a sei zampe sta per aggiungerne un terzo, attraverso la business combination con Ithaca Energy in Gran Bretagna, che dovrebbe finalizzarsi entro fine settembre. Ne nascerà il secondo maggiore operatore britannico di oil & gas, con una produzione a regime di circa 110 mila barili al giorno e un impegno a distribuire dividendi per il 2024 e il 2025 pari al 30% della generazione di cassa operativa post-tasse, con l’obiettivo di incrementare la cedola annuale fino a 500 milioni. Tirando una linea ad oggi, tra ipo, dividendi incassati, e cessioni di quote, i satelliti che orbitano attorno alla capogruppo Eni hanno portato in cassa liquidità per ben 11 miliardi di euro.
Oltre all’apporto dei satelliti, resta il fatto che il business upstream è ancora il cuore di Eni, e i numeri lo dimostrano. Su un utile operativo complessivo di 8,2 miliardi nel primo semestre 2024, ben 6,8 miliardi arrivano dall’Exploration & Production. Non che il Cane a sei zampe si tenga tutto ciò che è upstream. In linea con la strategia di ottimizzazione delle attività, infatti, il ribilanciamento del portafoglio passa per la dismissione di asset non strategici. Per esempio, è stato definito un accordo vincolante con Hilcorp, una delle maggiori società private americane operanti in Alaska, per la vendita del 100% degli asset di Nikaitchuq e Oooguruk, mentre è in fase di perfezionamento la cessione delle attività nell’onshore della Nigeria.
Le oscillazioni del Brent, invece, con il calo del greggio ben sotto gli 80 dollari, non hanno spinto Eni a modificare la sua guidance di 86 dollari al barile valida per l’anno in corso. Secondo le stime interne del gruppo, ogni dollaro in più o in meno sul prezzo atteso del barile Brent ha un impatto positivo o negativo di 130 milioni di euro sul flusso di cassa operativo prima del capitale circolante (al costo di rimpiazzo). Nelle valutazioni di Citi l’impatto sale invece a 150 milioni di euro. (riproduzione riservata)